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Otto e cinquanta, binario due, treno per Zagabria.

Arrivo con un certo anticipo e mi faccio un espresso al bar fuori dalla stazione, osservo il viavai di giovani turisti, zaino in spalla, vestiti stropicciati, facce assonnate. Compro una bottiglia d’acqua da un litro, la signora alla biglietteria mi ha assicurato che sarei arrivato a mezzogiorno e mezzo, quindi evito panini e snack dall’aspetto improbabile, mangerò qualcosa di sano una volta arrivato nella capitale, tipo un’insalata di polipo. Pare che qui il polipo sia preso in seria considerazione, pure le guide lo consigliano, ed in effetti non delude mai.

Spalato pullula di giovani turisti di lingua tedesca, ed in effetti pure qui in stazione la situazione non cambia, sembra di essere in Germania, i croati sono decisamente la minoranza, e stamattina non ho incontrato ancora un italiano, in genere in questi giorni ne ho visti pochini. Al binario due non è ancora arrivato alcun treno, ma mi incuriosisce che al binario tre, stessa piattaforma, sia fermo un trenino di tre carrozze, mi incuriosisce e mi preoccupa un po’ vedere che tutti salgono lì. Ednin effetti mostro il biglietto al capotreno che mi conferma che è il caso di salire, il treno sta partendo. In carrozza!

La mia vicina di posto, Iva, avrà sì e no vent’anni, vive a Zagabria ed è venuta a Spalato permtrovare i nonni, mi conferma che dovremmo arrivare per mezzogiorno e mezzo, ma non è sempre detto. Questa ultima affermazione mi innervosisce un po’, ma in fondo sono chissenefrega: sono in ferie! Dopo qualche chiacchiera interrotta da mille sms del suo ragazzo, la lascio dormire e mi metto a trascrivere un bel numero di pagine del mio libriccino, pronte per essere pubblicate appena trovo una connessione ad internet.

Il paesaggio che vediamo dal finestrino è molto bello, attraversiamo colline ancora verdi e incontaminate nel primo entroterra non lontano dal mare, non ci abbandoneranno per diverse ore. Rarissimi paeselli, qualche casa isolata, un gregge di pecore, o capre, nessuna fabbrica, pochissime strade.

Tra la scrittura, qualche breve pisolino, qualche chiacchiera con Iva che ogni tanto si sveglia, non presto molta attenzione a qual che passa fuori, ma il paesaggio non mi sembra cambiare granché. Iva ha bisogno di spazio per dormire e continua a spingermi nel sonno. A parte queste piccole cose, il viaggio è lungo e noioso, ma finalmente arriva mezzogiorno, la mezza, l’una… Iva fa spallucce, “it happenz”, e usa il mio braccio come cuscino. “Shit happens” come mi ricorda spesso Christopher.

Alla stazione di Ogulin i tedeschi scendono in massa, si vede che c’è una coincidenza per la Grande Germania, anche se la stazione è veramente piccina, magari c’è un rave nelle vicinanze… Salgono un certo numero di autoctoni in compenso, e dopo una lunga pausa si riparte. Se lo sapevo mi fumavo una sigaretta. Il viaggio continua ad essere interminabile, passiamo per Karlovac, che evidentemente deve avere qualcosa a che fare con l’omonima birra molto diffusa da queste parti. Il trenino non supera i sessanta chilometri all’ora e comincio a pensare davvero che non arriveremo mai più.

Alla fine arriviamo alle 16:40. La piccola Iva si scura imbarazzata per avermi sbavato tutta la manica destra, fortuna che avevo una polo con maniche lunghe. Ci salutiamo augurando ci rispettivamente un sacco di cose belle e scendo. La stazione di Zagabria mi ricorda in qualche modo quella di Mestre, ma è molto più piccola. Il cielo copre la città con una cappa grigia minacciosa, l’aria è fredda, fossi in barca riparerei nel porto più vicino e ripasserei due volte le cime d’omeggio.

Davanti la stazione la città ti da il benvenuto con la statua di un tizio a cavallo alle cui spalle si apre un viale doppio con al centro dei magnifici giardini. Questa città mi piace già, prendo nota per la pianificazione dell’itinerario che farò domattina facendo colazione.

Con un panino sudicio in mano per calmare la fame mi metto in cammino cercando il mio hotel, che comunque non è molto lontano. Mi serve una bella doccia, magari un pisolino in un letto confortevole per raddrizzare la schiena torturata da sette ore su una poltrona scomoda con Iva poverina che mi limitava i movimenti, e poi fuori a vedere come vive questa città di notte! Purtroppo esco allora di cena e poco dopo comincia a piovigginare.mfaccio appena in tempo ad invertire la marcia e tornare all’hotel che la timida pioggerellina si trasforma in un arrogante aquazzone. Passerò la sera al bar dell’hotel in compagnia di un gruppo di spagnoli sorpresi come me dal maltempo.

Alle undici e mezza tutti in camera, la tv è inguardabile, voglia di scrivere non ne ho, e allora fumo l’ultima e spengo la luce, domani si parte presto.

La città mi aspetta.

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