il blog del dido

curiosity killed the cat

Parte prima

1. Parte Prima ovvero di come svuotare l’ardisch senza perdere un bit.

Era una notte buia e tempestosa, una di quelle notti in cui la pallina del trackball ed il tuo pollice sprizzano scintille come in un ginnasiale esperimento di fisica …

Questo può certamente essere l’incomincio di un articolo semi-serio ove si narri di spericolate avventure tra partizioni che cadono come mannaie, gran boot per lo spavento, nonché file system che spuntano come funghi nel pineto dopo la proverbiale e dannunziana pioggia.

Tenetevi saldi: andiamo a principiare.

1.1 In cui il nostro va ad incontrare Picasso.

E` una domenica mattina, un po’ grigia ed uggiosa, sapete, una di quelle tipiche domeniche mattina in riva al mar Baltico. Il pacco multiplo straboccante di CD giunto dalla Infomagic mi guarda ammiccante ed io provo sempre più difficile resistere alla sua tentazione.

Ebbene sì, oggi si installa il Red Hat 3.0, detto Picasso!

Vinto dalla tentazione mi metto all’opera, biro e nastro adesivo, frugo tra i pacchi di floppini comprati in qualche superdiscount in cerca di uno utilizzabile. Ne trovo tre marcati Red Hat 2.1 reduci da un vecchio tentativo di installazione via ftp. Un veloce tentativo di boot mi convince che è il caso di riempirli con nuove immagini.
dd non va; meglio formattare:
fdformat ... read error in verify.
Una nota fuorviante di >>esr>> mi suggerisce che floppini perfettamente funzionanti diano comunque read error.

Lo ignoro (me tapino!).

dd va male; tutto va male. cambio dischetto. Lo stesso. Prendo un vecchio dischetto noto come funzionante e … read error!

HOME PANIC.

Il floppino lo uso così raramente che inizio a domandarmi: avrà  mai funzionato? Non è che mi avevano fregato ed io, allocco, ci sono cascato? Pensieri di vendetta attraversano la mente contorta di un paranoico con la stessa velocità  con cui una statica perversa ti stupra la simm da 32 mega appena comprata!

Con mano ferma e determinata (ma la mente vacilla e propende all’omicidio) apro il box (non serve il cacciavite: le viti del coperchio le ho usate per fissare il secondo hard disk!). Sembra tutto in regola (niente a posto)
Humm quella piattina troppo contorta: chi sa se…
stacco e riattacco la piattina del floppy, sia dal floppy che dalla scheda. Troppo morbida, meglio premere bene.

fdformat .... fatto.

Acc…, ora funziona!

Traduzione fuori dai denti, per i non credenti: quell’imbecille di fabrizio (sapete, ho un cretino che mi gira per casa a far scherzi stupidi senza che me ne accorga) quando ha installato la scheda Ethernet ha (per fare il figo) spostato i connettori delle seriali. Il connettore troppo lasco della piattina del floppy deve aver fatto il resto.

Almeno spero. Forse è proprio il drive mezzo fatto. mah, tanto in caso di emergenza posso sempre tirar via il drive da 2.88 dal RISC IBM, così provo anche il supporto di Linux per i floppy 2.88 (se crea i device, deve esserci un supporto, no?)

Due ROOT floppy. Chissà perché. Slackware (ed anche Debian, lo scoprirà dopo) ne usano uno solo?

BOOT!

Bene, e ora dove lo metto? Ah, sì, ho una partizioncina da 200 mega libera su hda; proviamo quella. Parte l’installazione: si può scegliere tra la semigrafica ansi e X. Proviamo X, sono curioso se riesce a configurarmi la Trio64.

Glab, ci riesce. Forse è in svga mode, non accelerata, ma comunque. se penso quanto ho dannato con slackware per far partire X! Carina l’installazione. 300 pacchetti, si parte. E` così gentile da calcolarmi addirittura il tempo che manca alla fine dell’installazione.

Tutto fila liscio.

Un momento: Man-pages 1.10 failed

Sarà forse un pacchetto guasto? Tiriamo oltre: return questo ... failed, quello ... failed, tutto ... failed

al pacchetto 200 incomincia a darmi failed ad ogni pacchetto. C’è qualcosa che non va. Come tornare indietro? O premo reset o do’ 150 return. Sono curioso di vedere cosa fa dopo ed opto per i 150 return.
Che noia!

Semplicemente 200 mega erano pochi per il signorino. A metà  strada era già pieno. Cosa ne vuole 400? Dove li trovo io 400 mega, così su due piedi, la domenica per giunta?

Beh, ci sarebbe quel mezzo giga libero su hdb
Sì, ma ho giochicchiato tanto con i boundary che non me li vede più; fdisk, in mezzo ad una caterva di warning, mi informa che il disco da un giga è occupato quasi interamente da una partizione da 500 mega, restano 30 mega liberi.

Che casino. Non ho altra scelta: devo formattare hdb.

1.2 In cui il nostro va a formattare il disco pieno di dati.

Eh, già , facile a dirsi! Hai forse dimenticato che quella partizione da mezzo giga è stracolma di dati, di pagine html, di lettere di plutini e di plutocrati (162 per l’esattezza), e poi file di configurazione faticosamente creati, e grossi tar costosamente daunlodati dalla Rete?

Tutta sta roba, caro il mio fabrizio, dove la metti?

Ecco la situazione:

/dev/hda1       1-131    65992  Linux native   # vuoto, era OS/2
/dev/hda2     132-530   201000  Linux native   # vuoto, era OS/2
/dev/hda3     531-1049  261576  Linux native   # /home/hgsys uso Hyper-G
/dev/hdb1     238-949    65992  Linux swap     # paging space in uso
/dev/hdb2    1081-2096  512000  Linux native   # / di Slackware ed altro

Allora, facciamo così: elimino la swap e la rendo native; la monto su /mnt

il server Hyper-G per ora non mi serve (sono dietro ad un maledetto firewall); pulizia dei log, error file, old file, compattazione dei 100 mega rimasti in 47 mega che metto in /mnt nella vecchia swap.

L’operazione richiede un doppio reboot, ma non è sufficiente. Anche dopo averla formattata ad ext2 qualche demone maligno ci ha paginato sopra. Reboot e reformatto. uffa! Spezzo il mount al vecchio /home/hgsys (/dev/hda3) e lo ricreo su /dev/hdb1 dove ho il server Hyper-G compattato.

Hurrah! Ora ho il disco da 540 mega libero.
Con gusto e goduria libidinosa deleto le sue partizioni. Dice che ha solo 528 mega. Ora ricordo: c’era da mettere un ponticello per abilitare i 540 mega, ma non ne avevo sotto mano. E non ne ho tuttora. Lasciamo stare (maledetto M$-dog! quo usque tandem abutere patientia nostra?)

Creo una bella partizione da 528 mega, la monto e via con un magico cpio -p Per i distratti e gli assenti ricordiamo che cpio, oltre alla modalità  -o per scrivere su un archivio e -i per leggere un archivio, ha una modalità -p per fare entrambe le cose contempotraneamente (a che pro? pensa, ti ricopia anche in rete intere gerarchie mantenendo timestamp, owner e link).

Ricordo con simpatia un amico che ebbe una disavventura niente male che lo convinse a NON usare MAI più cpio (anzi, passò al VMS). La IBM nelle pagine man aggiunge anche una sezione Esempi: con alcuni esempi di utilizzo dei comandi. Bene, il nostro amico, dovendo ricopiare una gerarchia contente la contabilità  del 1991 nel direttorio 1992 in modo che, modificandone i contenuti si potesse partire con un nuovo anno (il programma NON lo avevo scritto IO), pensò correttamente di usare cpio -p per la bisogna. Solo che cpio ha sempre talmente tanti flag che si fa fatica (in realtà non se ne ha voglia) a sapere a cosa servano, ed i manuali IBM proponevano un esempio d’uso del cpio col flag -pl, spiegando chiaramente che il flag -l provocava, dove possibile, l’uso di hard link! Avrete già  capito che i nuovi file della contabilità erano ancora quelli vecchi e che … vennero rapidamente svuotati dei loro preziosissimi dati. per fortuna avevamo dei QIC con i dati…, ma il nostro amico decise allora di odiare UNIX, tornò al VMS e probabilmente ora si sollazza con Win NT, che, come noto, ne è il discendente più diretto.

Intanto che mi ve contavo ste ciacoe, il nostro cpio si è copiato mezzo giga tra i due dischi (nessun hard link tra file system diversi, ricordate?) Ora non rimane che andare in /etc e modificare i nomi dei device in fstab ed in lilo.conf, avendo cura di riscrivere il master boot record.

Prima di cancellare la partizione originaria, proviamo.
reboot... va là , FUNZIONA!

1.3 In cui il nostro incontra anche Debian

La goduria che si prova a deletare e ripartizionare un disco da un giga, aah, bisogna provare, non si può raccontare…

Ora il secondo disco è così:

Disk /dev/hdb: 64 heads, 63 sectors, 525 cylinders
Units = cylinders of 4032 * 512 bytes
_
Device      Begin   Start     End  Blocks   Id  System
/dev/hdb1       1       1     250  503968+  83  Linux native
/dev/hdb2     493     493     525   66528   82  Linux swap

Riprendiamo ad installare Red Hat: boot, due root e via! Stavolta proviamo l’installazione semigrafica. Carina, ma ordinaria. In mezz’ora è tutto finito. Installato e funzionante.

Sono impressionato, favorevolmete. Red Hat installa proprio facilmente; 350 mega tutto incluso, senza fare montagne di domande come Slackware. Pare proprio che questo sistema dei rpm vada bene.

Peccato che stavolta non mi abbia configurato X. Domani provo a reinstallarlo usando X; vediamo se in questo modo mi configurerà X correttamente. A seguire.

Intanto mi prude di installare anche Debian. Perché no? Voglio proprio vedere com’è: c’è chi ne parla tanto male, c’è chi ne parla tanto bene; meglio vedere di persona.

Cambio CD e inizio la ricerca. C’è un grosso file sia in formato testo che dvi e postscript. Provo less sul file di testo, ma è zippato e less mostra solo ciccioli.
Ma, come mai?
Ecco una grossa differenza tra Slackware e Red Hat; Slackware installa pacchetti già  configurati per un uso comune, mentre Red hat li installa nativi, senza configurazioni di base pre-hacked. Quindi niente ls colorato, niente unzippatura automatica di less, ecc. Peccato. Almeno potrebbe offrire la possibilità  di scegliere tra più configurazioni.

Ma torniamo alla lettura del manuale Debian. Intanto (tra le righe) scopriamo il perché del nome Debian: Lui si chiama Ian, sua moglie Debra … un po’ troppo personale per un progetto ufficiale GNU! Beh, almeno fino a due mesi fa! E poi sto manuale è … un vero librone, paragonabile al getting started di Matt W., ed altrettanto illeggibile. Intendiamoci, entrambi sono INDISPENSABILI, ma sono troppo completi e quando hai finito di leggerli non ti ricordi più i consigli dati all’inizio. Bisogna sfogliarli man mano si installa; servono copie stampate.

Ora, una cosa suggerita dal manuale, e supportata dal programma di installazione, è la divisione dei file system su partizioni diverse. Il manuale suggerisce:

Partition     File System        Size
/dev/hda1     msdos             32 MB
/dev/hda2     swap              32 MB
/dev/hda3     /                 16 MB
/dev/hda5     /usr             256 MB
/dev/hda6     /usr/local       128 MB
/dev/hda7     /var              32 MB
/dev/hda8     /home            318 MB

Tralasciamo sull’ovvia inutilità della partizione hda1 ;-)
Mi sembra proprio una gran bella roba, a parte che io preferirei avere anche /opt oltre a /usr/local.

Ora devo fare le mie scelte: ho più di 400 mega a disposizione e li divido così:

/dev/hdb5        18112  /       # e qui c'è un errore!
/dev/hdb6       308416  /usr
/dev/hdb7       133024  /usr/local
/dev/hdb8        28192  /var

per /home lascio correre: intanto me la creerà in /, poi posso sempre montarmi il /home di Slackware, che è pieno di roba mia.
Creo le partizioni logiche da una unica partizione extended da 480mega.

Sarebbe tanto comodo poter creare queste partizioni logiche piccole quanto basta per ciascun uso, lasciando un bel po’ di spazio libero nella partizione fisica, e poter poi, a necessità , estendere quella o quelle partizioni logiche che ne avessero bisogno. Lo UNIX di IBM (AIX) lo fa. Perché Linux no? Questa era una proposta. (eh, Alessandro?)

Debian usa un disco di boot ed un solo disco di root, mentre ha tre dischi di installazione base, oppure si può usare il cd. Parto per due dischi. Dove li trovo? Il volumone non lo spiega. Io (che una certa praticaccia me la sono già  fatta) riesco a trovarli, ed anche a trovare le varie utility dos per installare dal dos, ma, mi domando, come si troverà  uno che non sa come fare?
Intanto, nonostante la mia praticaccia, ci casco anch’io: il disco di boot non bootta. Nulla, acqua fresca. Dò una ociada più da vicino… le immagini erano compresse (.gz), e bisogna scompattarle prima di copiarle sul dischetto. Confermo: un utente M$-dog a questo punto avrebbe già  abbandonato.

Boot, root, parte e chiede: cd-rom o dischetti? Sicuro di me vado col cd-rom

...aspetta che lo cerco:
/dev/hda        qui non c'è
/dev/hdb        qui non c'è
/dev/hdc        qui c'è, ma non è lui
aspetta che carico driver per altri tipi di cd-rom!

Ma come! ha trovato un cd-rom, non lo ha riconosciuto e vuole infarcirmi il kernel di driver per altri tipi di cd-rom? In realtà  intendeva proprio che secondo lui il disco non è un CD-ROM debian…
forse cerca la firma…
Il mio disco è prodotto dalla infomagic e ha il debian nel direttorio debian/debian-0.93/ invece che nel root.

Va beh, mi tocca farmi altri tre dischetti.
boot, root, base 1, 2 e 3. Partito!
chiede: installi da cd, mounted file system o dischetti? (un mucchio, dice)

Visto che ha già  montato il mio cd-rom (ho controllato) potrei dirgli di installare da mounted file system, ma voglio provare a vedere cosa mi dice del mio cd non ortodosso.
Dice di non riconoscerlo, ma stavolta mi chiede di indicargli il path dove può trovare la gerarchia debian. Buono!, ma non poteva chiedermelo anche prima, invece di costringermi a fare i tre dischetti base?

E qui si scopre l’utilità  del doppio disco di root del Red Hat. E` vero che ha un doppio root disk, ma proprio grazie a quello ha programmi di installazione MOLTO più furbi e può signorilmente risolvere situazioni come questa.
Come dice la pubblicità:

A conti fatti questa è la vera convenienza!

L’installazione procede al solito, con una interfaccia semi-grafica molto simile a quella del Red Hat, ma però si ferma in continuazione a chiedere un sacco di dati, ed i programmi che eseguono queste richieste sono tra i più svariati: i più offrono solo la classica interfaccia di linea, quella che scrolla, per intenderci, altri una più funzionale interfaccia curses, con i movimenti del cursore per eseguire scelte, ed infine pochi usano l’interfaccia semi grafica. Alcune utility richiedono le stesse cose già chieste (per scopi diversi) da altre utility, solo che prima magari veniva offerta una scelta, invece ora bisogna scrivere il nome giusto a memoria. Niente di trascendentale, intendiamoci, ma … certo non per il novellino.

Torniamo alle nostre partizioni; ecco come si sono riempite:

Filesystem         1024-blocks  Used Available Capacity Mounted on
/dev/hdb5              17532    5896    10731     35%   /
/dev/hdb6             298573  110031   173122     39%   /usr
/dev/hdb7             128790      15   122124      0%   /usr/local
/dev/hdb8              27291    1780    24102      7%   /var

come vedete Debian occupa 150 mega. (perché è senza sorgenti?)

Un’ultima considerazione, comune a tutte le installazioni: la configurazione della tastiera è una delle ultime cose che accadono durante l’installazione. Per quei poveracci che non hanno una tastiera USA (come me, che ho una tastiera finlandese) occorre andare a memoria. Io, che ho usato tastiere USA per più di dieci anni, ho qualche difficoltà: chissà  come si sente uno che la tastiera USA non la ha neppure mai vista!

1.4 In cui il nostro ha fame e se ne va in cucina.

Ebbene sì, devo nutrirmi anch’io, no? Ecco come:

MAKSALAATIKKO come a dire fegato in cassetta.

  • 400 g di fegato macinato
  • 2 dl riso
  • 1 cipolla
  • 7 dl latte
  • 1 uovo
  • 1 dl uvetta sultanina
  • 1 cucchiaio di melassa
  • sale, pepe, zenzero

Lessate il riso in mezzo litro d’acqua, sino a completo assorbimento dell’acqua.
A parte scaldate il latte e fatevi rinvenire l’uvetta per una mezz’oretta. Soffriggete leggermente la cipolla tagliata a pezzettini con il fegato tritato finemente.
Versate tutti gli ingredienti nel latte e passate al forno preriscaldato a 200 gradi per un’ora o poco più. Servite caldo e fumante accompagnato da una salsa ottenuta mescolando Ketchup con gelatina di Mirtilli Rossi (che è acidula e per niente dolce).

Questo è il contributo del Baltico.

Buon Appetito!

[parte seconda]

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