2. Parte Seconda ovvero di come la Perseveranza premi gli Audaci.
Sono passati tre giorni (tempo di digerire) e nel frattempo è scoppiata la calda estate artica: tutto d’un tratto la coltre grigia che, bassa bassa, opprimeva queste lande si è sciolta ad un sole incredibilmente caldo (merito del buco nell’ozono?) che ha fuso lo strato di ghiaccio che copriva il Baltico ed ha spennellato d’incanto una polifonia di colori in ogni prato e in ogni bosco.
Anche lo scoiattolo, che quotidianamente viene a mangiarsi le noccioline che gli lascio sul davanzale della finestra della cucina, sorride guardando il grasso gatto che lo attende inutilmente tre piani più sotto.
Il sole non tramonta prima delle dieci di sera, mentre il suo rossore non scompare più per tutta la notte, riducendosi al più ad una striscia sottile che marca l’orizzonte verso nord.
2.1 In cui il nostro riesce in una impresa che sembrava disperata.
Picasso, galleggiando nel mare della sua partizione da 500 mega, freme al pensiero di poter diventare Linux, con la elle maiuscola, quello che parte al boot. Decido di accontentarlo, più per curiosità che per altro, avendo in cuor mio già segnata la sua sorte: sacrificato sull’altare di una nuova installazione. Ma per il momento è re; edito /etc/lilo.conf e vi scrivo informazioni su tutti e tre i miei sistemi: RedHat, per primo, Slack.a.out ed infine Debian. Creo inoltre i mount point per montare le altre partizioni in modo che qualunque sia il Linux partito, abbia sempre accesso a tutto il disco.
Una veloce sequenza di reboot mi dimostra che tutto funziona come deve: Al boot premendo TAB appare il menù delle partizioni ed io posso far partire sia RedHat che Slack.a.out che … Debian.
Sì, no, forse.
Il blocchetto lampeggiante del cursore ammicca compiaciuto la devastazione che ormai traspare sul mio volto: erano due anni che non mi si inchiodava!
Ah, Linux, cosa mi combini.
Tremante mi dico: Fabrizio, svegliati, cosa hai toppato con Debian? Infilo il dischetto di boot nel drive e premo reset. Al prompt parto sicuro: linux boot=/dev/hdb5 Col suo solito rumore di ferraglia il disco mi informa che tutto procede; Debian parte.
Provo diverse volte, riconfigurando lilo sia da RedHat che da Slack. Partono tutti fuorchè Debian.
Posso proprio dire di essere riuscito in una impresa che oramai pareva disperata: Inchiodare Linux!
Guardando ora quella vicenda, con occhi distaccati, posso dire che che mi ha lasciato il segno. Non sono riuscito a capire quale fosse il problema; posso solo azzardare una ipotesi: la partizione root di Debian era una partizione logica anzichè fisica. Anche se non so spiegare il perchè pare che non si possa far partire Linux da una partizione logica. Io avevo interpretato questa affermazione come l’impossibilità di installare lilo in una partizione logica da attivare con fdisk, mentre invece io avevo caricato lilo nel Master Boot Record del disco hda.
Mi sento come uno straccio sbattuto e strizzato.
Dovete sapere che avevo fatto un pensierino su questa storia delle partizioni logiche, e tutto mi crollava addosso.
Ah, sì? reagii, e va bene! mai darsi per vinti.
Visto che non si può fare altrimenti faremo buon viso a cattiva sorte: i limiti sono questi:
- al massimo quattro partizioni fisiche per disco.
- al massimo una partizione extended per disco.
- al massimo 60 partizioni logiche in una partizione extended.
- root può andare solo in una partizione fisica.
Quindi, siccome una delle quattro partizioni fisiche ci serve come extended, ci restano tre partizioni fisiche per tre root diversi, ed il resto me lo divido come mi pare.Rincuorato da queste decisioni, col mio solito entusiasmo che rasenta il masochismo, mi butto: rifacciamo tutto! e stavolta ci mettiamo Slackware 3.0 ELF.
2.2 In cui il nostro da’ inizio alla nuova era: era ora.
Era una decisione che covava nell’aria: mi serviva ELF, sia per Java che per XFmail, inoltre ho tutti i file di configurazione pronti per Slackware, trasferire tutto sotto RedHat ci perdevo troppo tempo, e poi certi particolari come l’ls colorato mi facevano presumere che sarebbe stato un bagno di sangue.
Ma io sono un igienista, e ad un bagno, neppure nell’avanto, non ci rinuncio mai. Tranquilli, è solo rinviato.
Eh? come dite? Cos’è l’avanto?
Beh, dovete sapere che qui è costume nazionale costruirsi una casetta in riva ad un lago (ce ne sono più di centomila, uno ogni 50 persone, si può scialaquare) ed accanto, proprio sulla riva, una casettina piccina piccina con un grosso focolare privo di camino, buono per affumicare salmoni, alci e … finnici. Costoro infatti amano, dopo aver lasciato acceso il fuoco per 4/5 ore affinchè la temperatura arrivi ai 120/130 gradi centigradi, amano, dicevo, spogliarsi nudi ed infilarsi in questa caldaia che chiamano correttamente sauna. Mentre aspettavano che il fuoco compisse la sua opera riscaldatrice, eseguono, con strumenti acuminati, un grosso buco nello strato di ghiaccio che (d’inverno, cioè per metà dell’anno) copre tutte le superfici umide per 30/40 centimetri. Questo è proprio (per l’appunto) l’avanto. Riassumendo: ci si spoglia nudi, ci si infila in sauna per una mezzoretta a rosolare ben bene, dopodichè si esce e, con un gran salto, ci si butta nell’avanto. Nonostante la temperatura dell’acqua sia sopra lo zero, molti temono l’impatto con l’acqua fredda e, per ridurne l’effetto, prima si rotolano ben bene nella neve.
Non si può raccontare: venite a provarlo!Non crediate però che i finnici facciano la sauna soltanto d’inverno, come per scaldarsi. E` proprio d’estate che la sauna esprime tutto il suo potere rinfrescante. Non ci credete? Provate a pensare di trovarvi in una calda e afosa estate finnica, con la temperatura che, a giorni, supera addirittura i trenta gradi. Bene, infilatevi per mezzora in un forno a più di cento gradi e, credetemi, vi sentirete molto rinfrescati … uscendo.
Inizia una nuova era, l’era di ELF. Era ora!
Mi servono:
- due floppini.
- il cd-rom giusto.
- carta, penna e nastro adesivo.
- una London Pride. (Se non sapete cos’è, non è per voi)
Parte il boot, root carica sul solito ram disk ed ecco, in un florilegio di messaggi, il fatidico prompt. A differenza delle altre installazioni, Slackware ti fa entrare in Linux prima di installare.
Basta loggarsi per entrare nel mondo incantato. Sembra chiedere:
vuoi partizionare il tuo hard disk? Sìì?
Con orgoglio malcelato deleto tutte le partizioni del disco da un giga; come in un film dell’orrore fdisk si inghiotte sia il RedHat che Debian.
Stavolta però non voglio fare i miei soliti pasticci, voglio fare le cose in regola. Al boot non avevo dato i parametri reali del disco per cui mi appare la solita mostruosità a 64 teste. Bene!, metteremo a dura prova il kernel.
C’è voluto un certo lavorio, ma ora il disco è tutto partizionato:
Disk /dev/hdb: 64 heads, 63 sectors, 525 cylinders Units = cylinders of 4032 * 512 bytesDevice Boot Begin Start End Blocks Id System /dev/hdb1 1 1 9 18112+ 83 Linux native / (slack 3.0) /dev/hdb2 10 10 18 18144 83 Linux native / (Picasso) /dev/hdb3 19 19 27 18144 83 Linux native / (Debian) /dev/hdb4 28 28 525 1003968 5 Extended /dev/hdb5 28 28 60 66496+ 82 Linux swap paging space /dev/hdb6 61 61 160 201568+ 83 Linux native (slack) /usr /dev/hdb7 161 161 193 66496+ 83 Linux native (slack) /var /dev/hdb8 194 194 295 205600+ 83 Linux native /home /dev/hdb9 296 296 473 358816+ 83 Linux native (picasso) /usr /dev/hdb10 474 474 506 66496+ 83 Linux native (picasso) /var
Ho lasciato solo meno di 40 mega disponibili, non si sa mai.Non resta che formattare: Le tre partizioni fisiche sono tre root diversi; in ciascuno ci andranno molti file piccoli, quindi opto per una dimensione degli inode di 1024.
Questa è una decisione che so che molti vorranno contestare, ma, vi prego, fatemi provare anche le mie idee strampalate!
Anche /var ha molti file piccoli, ma per lui invece scelgo 2048, anche perchè supera i 60 mega e pare non si possa fare. Tutto il resto a 4096, come suggerisce il programma di formattazione.
Procediamo con l’installazione: setup
che bello, come prima cosa mi chiede di selezionare la tastiera! ah, era ora che qualcuno ci pensasse. Però, noto, se avessi la tastiera italiana? non vedo nessuna mappa it.
attiviamo la swap
scelto /dev/hdb1 come root con 1024 byte per inode.
scelto /dev/hdb6 come /usr con 4096 byte per inode.
scelto /dev/hdb7 come /var con 2048 byte per inode.
scelto /dev/hdb8 come /home con 4096 byte per inode.
A questo punto ho una tavola delle partizioni niente male e scopro che nessuno aveva immaginato l’esistenza di un pazzo come me che volesse spampanare Slackware su ben 10 partizioni diverse! Lo dico perchè la tavola fuoriesce dalla finestra predisposta, e pasticcia tutto lo schermo, impedendo di leggere i messaggi.
Cosa installiamo? Tutto direi, a parte emacs, TeX e Tcl/tk.
Nonostante questa mia idea radicale, Slackware si ostina a chiedermi di selezionare i pacchetti da installare ad ogni cambio di serie di dischi. Infatti Slackware, suppongo per motivi storici, è diviso in parecchie serie di dischi, ciascuna composta da tre o quattro blocchi di programmi organizzati in modo da poter essere comodamente contenuti in un dischetto da 1.44 mega. Mi domando se ancora esiste qualcuno che si diverta a copiare 50 dischi per installare Slackware! considerando inoltre la possibilità di installare comunque da hard disk, perfino da una partizione DOS!
Ma tant’è … per una mezz’oretta, ogni cinque minuti, mi tocca andare a selezionare i programmi che voglio per ogni serie. Ricordo vagamente di aver letto che esiste la possibilità di creare dei file di installazione per automatizzare questa scelta, ma solo dopo l’installazione, per nuove e successive installazioni; al solito nulla per il principiante.
Ad ogni programma che installa, mostra una schermata con alcune note esplicative sul programma che sta installando. Ricordo che era un comodo metodo per passare le ore che occorrevano per la bisogna. Oggi danno sui nervi: non riesci neppure a leggere la prima riga che … wham … installato.
Facciamo i bravi e creiamo persino il dischetto di boot con lilo (per emergenza). Configuriamo il modem, il mouse e mi scelgo la mia font preferita per la console (t, per i curiosi).
Alè, fatto.
Reboot. BogoMips … 60,45. Per un 486 a 120MHz è perfetto.
Che bello, funziona tutto … quasi tutto.
Ma dov’è la barra? e l’asterisco? oh, caspita, ho di nuovo la tastiera USA. Era troppo bello per essere vero; avevano spostato la scelta della tastiera all’inizio dell’installazione, ma poi si erano dimenticati di usare l’informazione per aggiornare i file di rc.
2.3 In cui Red Hat ritorna al gran galoppo.
La voglia di trasferire i miei dati nel nuovissimo /home è prorompente, ma … calma e gesso, come al biliardo (dice Riccardo).
Lo scopo principe di tutto ‘sto gran casino è quello di acquisire una certa conoscenza dei meccanismi di installazione e, solo come effetto collaterale, di trovare spazio comodo e caldo per i miei amati file.
Ora siamo pronti per Red Hat, di nuovo!
Stavolta userò l’installazione X, nelle due partizioni logiche che ho preparato apposta: 350 mega per /usr ed i soliti 64 per /var. Invece come /home userò la stessa partizione usata per Slackware, condivisa.
Per root una partizione fisica: /dev/hdb2.
Partito: la solita interfaccia semigrafica mi guida attraverso la fase del partizionamento (tralasciata) e la configurazione Ethernet e X; scelta del server, mouse, probing X … dopo un paio di minuti appare una finestra X. La risoluzione è bassa bassa, ma gradevole, e la tastiera non è configurata. Con tutte le barre che devo digitare è una scocciatura! Per guidare nella scelta delle partizioni l’uso del mouse è molto comodo, anche se il programma non mi vede la partizione hdb10. Chissà se si tratta del solito limite autoimposto! Pazienza, posso sempre aggiungere /var dopo, a manina.
Chiede cosa installare in un’unica volta, in una finestra grafica in cui i folder delle singole serie (anche qui) sono marcati con il numero di pacchetti selezionati per l’installazione, oppure “ALL”. E` possibile aprire i singoli pacchetti per verificarne il contenuto, o addirittura per selezionarne parti da installare o meno. C’è persino un tasto di Query per ricerche nel database dei pacchetti.
Comunque è meglio verificare. Nel pacchetto X11 è selezionato solo il server S3 che avevo indicato in fase di configurazione dell’installazione. Invece ho trovato selezionato il Language Japanese. Poco male, si può sempre disinstallare dopo, sempre che non si esaurisca prima lo spazio. Comunque ogni operazione di selezione o deselezione aggiorna un contatore di occupazione totale in /usr.
Professionale, non c’è che dire, mi pare (a memoria) persino migliore di quello di Unixware (al quale è chiaramente ispirato).
Già , anche quello, dove lo metterò? Potrei liberare il disco hda, ma questa è una cosa da fare a sangue freddo, e tutti mi tirano per la giacchetta.
Si installa in un click (un buon slogan); la finestra che mostra il progredire, oltre alle classiche barre orizzontali, divise in totale e per pacchetto, ha comodi indicatori di tempo, spazio occupato e numero di pacchetti, totali, installati e da installare. Cosa chiedere di più?
Mi promette di installare in 36 minuti. Non uso il cronometro, ma dopo 40 minuti ha già finito. Resta solo da indicare la porta del modem, scegliere la modalità dell’orologio (ovviamente UT), indicare la TimeZone (nel mio caso EET) e, finalmente, scegliere la tastiera.
Alla fine rimane solo da configurare lilo, cosa che provo a lasciare al programma automatico. Comunque Red Hat ha delle comode finestre combo per aiutare nelle scelte. Lancia persino il reboot.
Installato:
Filesystem 1024-blocks Used Available Capacity Mounted on /dev/hdb1 15834 6692 8237 45% / Slackware /dev/hdb6 195167 136484 48605 74% /usr Slackware /dev/hdb7 62301 4149 54828 7% /var Slackware /dev/hdb8 199047 1178 187589 1% /home condivisa /dev/hdb2 17564 12299 4358 74% / Picasso /dev/hdb9 347375 230012 99423 70% /usr Picasso
Manca solo /dev/hdb10. Come dicevo all’inizio, sembra che il programma di installazione non mi veda le partizioni col numero a due cifre. Le solite presupposizioni che noi programmatori siamo soliti imporre, apparentemente solo per il gusto di vedercele presto smentite dai fatti (e da Murphy).Poco male, posso sempre farlo adesso, a manina. Intanto /var mi si è creata in / e lì popolata adeguatamente. Visto che
- non posseggo (ancora) alcuna stampante,
- uso POP3 per ricevere posta,
- non mi decido mai ad installare inn per leggere le news (ma Picasso lo ha già fatto e me lo lancia ad ogni boot; quindi la cosa è imminente)
allora /var non si espanderà molto, potrei lasciarlo in / per un pò (molto poco), oppure condividere hdb7 con Slackware 3, ed usare hdb10 per quel sogno che inseguo da un certo tempo: /opt
Questa di
/optè una storia che risale a sei o sette anni fa, e da allora echeggia nei corridoi dei centri informatici, aleggia nei pressi delle macchinette del caffè, ristagna stretta tra i manuali delloSVIDe le carte dell’iBCS2, risuona nelle imprecazioni dei sysadm alle prese con pacchetti che installano proditoriamente i propri eseguibili in/etce simili amenità .
Il problema di dove una applicazione commerciale possa distribuire i propri file senza far scattare i nervi a nessuno è noto da tempo, e destinato a restare irrisolto almeno fino a quando non saranno disponibili nel kernel meccanismi di accorpamento dei direttori (HURD) oppure spazi dei nomi su base individuale (Plan9) che consentano di soddisfare le diverse, e in contrasto tra loro, esigenze di utenti, sysadm e distributori.
Mi seguite?, Bene.
Gli utenti necessitano di una distribuzione dei file divisa per tipo; gli eseguibili tutti insieme da una parte, i file di configurazione da un’altra, le librerie, i dati statici, ecc.
I sysadm invece hanno bisogno di distinguere i file per l’utilizzo che ne viene fatto: quelli che servono alla partenza, quelli per l’amministrazione, quelli da distribuire in rete, quelli da condividere tra macchine di architettura diversa, quelli che variano nel tempo e quelli che non variano mai, ecc.
Distributori e produttori di pacchetti necessitano infine di uno spazio a loro riservato, di una gerarchia stretta di direttori dove confinarsi isolandosi e proteggendosi dalle diversità e dalle idiosincrasie dei diversi Sistemi Operativi.I ragazzi di Quinlan ne discutono da tempo, litigano e si accapigliano, ma pare proprio che stavolta stiano per raggiungere il consenso (per stanchezza o a causa della defezione dei più facinorosi) cosicchè finalmente anche Linux potrà ornarsi di un/optdegno di cotanto sangue.
Ricordo che, nel creare hdb10 di 64mega avevo lasciato una quarantina di mega disponibili. E` finalmente giunto il momento di riappropriarsene.
Infatti pare proprio che a risparmiare spazio sul proprio
ardischnon si risparmi affatto, nè se ne riduca l’usura.
Da fdisk deleto religiosamente la partizione e la ricreo dandole tutti i cilindri disponibili.
Device Boot Begin Start End Blocks Id System /dev/hdb10 474 474 525 104800+ 83 Linux native
Bello, 100 mega tutti per me. Non sono moltissimi, ma non credo di riempirli prima della futura e programmata liberazione di /dev/hda.
Formattiamo. mke2fs /dev/hdb10 .
Montiamo, dai! mount /opt . (ovviamente dopo aver aggiornato /etc/fstab)O come? /opt è ancora di 64 mega? Evidentemente le raccomandazioni di fdisk sul reboot da fare per aggiornare la tavola nel kernel non sono lì solo per prender aria!
Allora, diligentemente, ributtiamo, smontiamo, formattiamo, rimontiamo.
Et voilà , /opt è servita.
Filesystem 1024-blocks Used Available Capacity Mounted on /dev/hdb10 101471 6684 89547 7% /opt
Seguiamo quindi i dettami del fsstnd-draft5 (più che di dettami, bisognerebbe dire raccomandazioni, su questo tasto i ragazzi di Quinlan sono tanto, ma tanto sensibili), e creiamo /opt/bin e /opt/man con il suo solito codazzo di man1, man2, …, mann.Adesso sì che siamo pronti per la prima installazione:
tar -xvzf /mnt/cdrom/posto-giusto/XFmail-0.3.tgz
bisogna poi entrare nel pacchetto, cambiare in Makefile.Linux le destinazioni degli eseguibili (/opt/bin) e dei manuali (/opt/man/man1), avendo precedentemente avuto cura di aggiungerle in /etc/profile nelle rige di PATH e MANPATH (operazione questa necessaria per soddisfare quella nostra esigenza, in quanto utenti, di avere i nomi degli eseguibili, e dei manuali, in uno spazio omogeneo).
2.4 In cui il nostro si mette a dieta.
Beh, l’altra volta mi ero un pò appesantito, meglio star leggeri, oggi:
NAANTALIN SALAATTI
come a dire Insalata di Naantali, ovvero Caprese alla Finlandese.
- 6 o 7 hg di pomodori maturi e sugosi
- una scatola (200 g) di “fiocchi di fiordilatte” o Jocca.
- abbondante origano.
- un cucchiaio d’olio d’oliva
- sale e pepe
Tagliate i pomodori a pezzettini e disponeteli in una insalatiera (se avete mai vinto a Wimbledon, ce l’avete anche d’argento) salate, spruzzate abbondantemente l’origano, versate i fiocchi di fiordilatte (in italia si trovano solo gli “Jocca” della Nestlè, che però non sanno di molto, purtroppo).
Un altro pizzico di sale e un cucchiaio d’olio completano l’opera.
Mescolate allegramente e disponete in frigo per una mezz’oretta, per la formazione dell’indispensabile sughetto.Questa ricetta di mia invenzione rappresenta un sostituto valido alla “caprese” che qui nei mari del profondo nord non è possibile avere per l’assoluta mancanza di mozzarella. Infatti l’unica mozzarella disponibile (e solo da un anno) è pregrattuggiata e confezionata in bustine pronta per la pizza.Nel caso vi foste posti la domanda, Naantali è una cittadina ridente con vecchie casette di legno e strade di ciotoli, posta su un’isoletta di fronte a Turku, l’antica capitale di quando qui comandavano i Vichinghi. Come nella Capri dei tempi di Tiberio vi si trova la residenza estiva del Presidente della Repubblica, nonchè un grande parco di divertimenti tutto ispirato ai personaggi dei Muumin. Vi vengono molti giapponesi con appositi viaggi organizzati: pare che lì vadano matti per questi dolci e disinibiti troll!
Buon Appetito!