il blog del dido

curiosity killed the cat

9 agosto 2011
by Paolo
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Borsa in spalla e pedalare

So che c’è un bus per Spalato, ma dove?

Chiedo all’amica cameriera bionda del ristorante che mi indica la strada. Il trentasette porta a Spalato se va a est, Trogir se invece dirige ad Ovest.
Ma io dove voglio andare? Decido di affidarmi alla sorte e prendere il primo che arriva. La signora Fortuna decide per me e dalla sua borsa estrae un biglietto per Spalato. Salgo, è un caldo soffocante, etrovo posto in piedi e mi appoggio al finestrino. Osservo brevemente i passeggeri, tutti indaffarati a pensare ai fatti loro, mi soffermo a guardare una ragazza sulla trentina, mediamente carina, un vestitino molto sexy bianco decorato con motivi floreali che non mostra nulla ma racconta molte cose, la pelle leggermente perlata dal sudore, ma poi vedo la caviglia, enorme!, e perdo subito di interesse. Io indosso gli short rossi parte della divisa della barca, scarpe bianche, camicia di lino bianco con una bella patacca d’olio all’altezza dello sterno. Maledizione!

Nel 1993 feci quella che forse è ancora la vacanza più bella della mia vita. Avevo diciannove anni, ero con i miei amici e andavo a Malta per passare una ventina di giorni indimenticabili e ancora indimenticati. Prendemmo un treno lunghissimo eq io all’ora di pranzo macchiai subito la mia maglietta bianca in una bella macchia di sugo all’altezza dello sterno. Sull’autobus per spalato mi esce un sorriso e decido che quella patacca mi porterà fortuna. I miei amici oggi non sono qui con me, ma quella patacca me li riporta molto, molto vicino. Mando loro un sms.

Il viaggio in bus è abbastanza breve, ma denso di stimoli. Spalato è una moderna città occidentale di mare, ma tra la campagna e la prima periferia ho rivisto la Jugoslavia che per la prima volta avevo incontrato sul finire degli anni ottanta, finire anche della sua storia. Poi le primemfabbriche, complessi industriali enormi ormai abbandonati come i grandi capannoni e le gigantesche gru blue della “Zeltezara Split” che abbiamo appena superato, poi i primi complessi legati al porto, man mano che entriamo in città incontriamo i grandi silos della chimica, i grandi piazzali della logistica dove gru e container sono buttati lì un po’ disordinatamente dando una impressionengenerale di abbandono, non ho capito se legata al periodo estivo, alla domenica, o alla cessazione delle attività. Mi accorgo che stiamo finalmente entrando in città dalla presenza dei primi grossi semafori, i cartelli stradali che indicano la direzione per il centro a fianco di destinazioni lontane, le aiuole con l’era tagliata e una macchina della Policija con tre energumeni a fianco che controllano il traffico. Basta la loro presenza a convincere gli autisti delle macchine a fare i bravi. Poi arrivano i palazzi di una ventina di piani che si vedevano da lontano, tre gruppi di tre. Spesso gli amministratori civici piace legare il proprio nome ed il proprio ego a qualche grande opera, specie se questa diventa un emblema in città, tipo la porta d’entrata. Peccato che il più delle volte il risultato sia così brutto che tutti poi negli anni a venire malediranno il nome dell’ideatore anziché esaltarlo. Gli esempi nel mondo contemporaneo non mancano di certo, e questi nove palazzi non sono da meno, Sono finiti i tempi di Diocleziano! E poi lui se l’opera finita non gli piaceva, la faceva immediatamente abbattere.

Il centro si avvicina con i primi negozi monomarca: diesel, camper, e con abbondanti spazi verdi ben curati. Fine corsa, arriviamo in un piazzale anonimo ed il bus si ferma. Non ci sono indicazioni, gli altri passeggeri scappano verso le loro destinazioni come topi in una nave che sta imbarcando acqua e ben presto mi trovo da solo. E ora? Mangiare, dormire, posare questo cavolo di borsa che mi spacca le spalle e mi fa sudare. Ma dove? In una città marittima il centro non può essere tanto lontano dal mare e a Spalato il mare èq a sud.

Borsa in spalla, un occhio al sole e in marcia verso sud. Speriamo bene.

9 agosto 2011
by Paolo
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Solo

Domenica, reinizia la settimana.

La marina si svuota. L’effetto è un po’ quello di un onda che frange sul bagnasciuga (sabato) e poi lentamente si ritira, vedi l’acqua che dalla sabbia ritorna al mare e in pochi secondi anche le ultime tracce si assorbono. La spiaggia rimane così, vuota, in attesa della prossima onda.

Mentre la marina si prosciuga, io e il comandante Pino finiamo gli ultimi lavori di pulizia, la barca è tornata ad essere un vero gioiello, addirittura risplende. Io allora parto e vado a far carte.

In Croazia il rito delle carte è assolutamente importante, devi pagare una tassa quando entri, devi denunciare la crea list alle autorità competenti, e poi quando torni in Italia, devi ripassare a salutare e far ancora carte, pena multe salatissime, fino anche al sequestro della barca. C’è poi la necessità di annotare le generalità delle persone che si imbarcano direttamente in Croazia e cancellarle quando sbarcano, ovviamente ognuna di queste operazioni va vidimata e timbrata da un apposito funzionario. Cerca l’ufficio, fai la coda sotto il sole, compila un pacco di carte.. Duepalle!

In posti come Novigrad dove ormai ci conoscono e noi siamo sempre molto gentili in ufficio e generosi al bar, le cose filano liscio e iqn pochi minuti ce la caviamo, in alltri posti trovano gusto a metterti i bastoni tra le ruote. Qui per esempio dovrebbe venire Ornella, l’armatrice, a far carte, ma lei non è ancora arrivata e l’ufficio alle undici chiude, bisognerebbe rimanere fermi fino a domani e pagare un altro giorno il marina, no grazie, vado io che sono il nipote, vediamo se si riesce lo stesso. Torna in effetti comoda la mia vecchia ma efficace tecnica di ubriacatura di parole e parto a raffica in inglese a raccontare al povero funzionario unanvalanga di particolari insignificanti, tutti quelli che riesco a farmi venire in mente (e quando serve ho molta fantasia!) fino a che limone grande, grosso e sudato non si alza con le mani protese in avanti, i palmi verso di me come per respingermi e mi dice con voce agitata “stop! Stop talking! You are Ornella, ok?” e dopo una breve pausa si risiede, sfodera il suo migliore sorriso era mi dice “Good morning miss Ornella, how can I help you?” io con fare civettuolo sfodero il mio sorriso, mi passo unanmano tra i capelli dietro la nuca e rispondo “Good morning sir!” e gli passo il pacco di carte. E con questomteatrino in cinque minuti compiliamo tutto. Walter è ancora lì che ride da quando gliel’ho raccontato…

Poi arrivano i nostri nuovi ospiti, una famiglia toscana con due belle figlie ventenni, i loro rispettivi ragazzi, mamma e papà. Il ragazzi sembrano tutti simpatici, sono giovani e belli. Mamma è anch’essa molto bella, elegante, dai modi delicati, la voce tranquilla, ha sempre il sorriso. Babbo lavora a Milano, direttore editoriale di un grosso gruppo che conosco bene, conosce il mondo, dev’essere una bella compagnia. Vedrai che troveranno pure bel vento!

Mi dispiace molto lasciarli, ma dopo un pranzo leggero tutti assieme, loro mollano gli ormeggi, io sul pontile con la sacca accanto ai piedi li saluto e li vedo allontanarsi. Non prenderò il traghetto Spalato-Ancona, banalmente perché non c’è posto. Voglio tornare via terra, con calma, autobus o treno. Ne aprofitterò per fare un po’ il turista, cosa che non mi capita di fare ormai da anni, chissà se mi ricordo come si fa… Vorrei visitare Sarajevo, ma è difficile arrivarci, dovrei passare per Zagabria o Dubrivnik, ma la seconda è sicuramente piena, impossibile trovare una camera, mentre Zagabria è ormai sulla strada di casa. Magari potrei cominciare da Trogir, che dicono tutti essere bellissima?

Intanto Alizé è uscita dal porto e si allontana, la sigaretta è finita. Carico la borsa in spalla e comincio la seconda parte del mio viaggio.

Da solo.

9 agosto 2011
by Paolo
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Terra!

Sabato è la fine e l’inizio.

La società occidentale postindustriale del ventesimo e ventunesimo secolo ha bisogno di ritmo e cadenze, ha bisogno di far girare l’ingranaggio e sapere che la prossima settimana sarà uguale a quella appena terminata e non ci saranno sorprese.

Il sabato è il cardine naturale di questo meccanismo: il venerdì si finisce di lavorare e sabato inizia il riposo. Giorno di riti pagani come il “sabatosera”, la spesa della settimana, fuori a cena, la sbronza. Sabato si lava la macchina. Per i riti collettivi come la messa, il pranzo in famiglia, la partita, per quelli c’è la domenica.

D’estate poi il sabato scandisce il ritmo delle ferie, che iniziano sabato mattina in coda in autostrada e finiscono una, due, tre settimane dopo, sabato pomeriggio o sera, in coda in autostrada. Sabato si prende possesso dell’appartamento al mare, che il mattino di un altro sabato si riconsegna.

Sabato si riconsegna la barca charterizzata.

Poi solitamente arriva la squadra delle pulizie che in poche ore pulisce, ordina,,disinfetta, cambia la biancheria. Io e Pino invece no, facciamo tutto da soli, pulizie a fondo dentro e fuori, a cominciare dai bagni, poi i frigoriferi, le cabine, ecc.

I nostri ospiti sono scesi e si sono portati con loro tutte le loro cose, forse anche qualcosa della barca, ma questo succede sempre. Stavolta sono spariti alcuni prodotti per la pulizia. Di solito le bottiglie aperte rimangono in frigo, ma stavolta no. I bimbi hanno dimenticato i braccioli e l’apparecchio per i denti, ma anche questo è quasi normale, glieli faremo riavere una volta tornati a casa.

Le pulizie del sabato ti ricordano anche che fare lo skipper non è quel lavoro da cartolina che sembra. L’altro giorno ero in baia a Lastovo, ero stravaccato in pozzetto in costume e ho chiamato mio fratello per sentire come stava. “sono in ufficio” mi ha detto, “anche io” ho risposto, poi ho allontanato il telefono dall’orecchio per non sentire gli insulti. Però noi si lavora quattordici, sedici ore al giorno, lavoro fisico ma anche psicologico, hai mediamente dalle quattro alle otto persone da gestire che a volte vorrebbero anche essere servite. E non puoi sbagliare mai, perché ne va della vita delle persone, che tendono naturalmente a cacciassi nei guai, del buon stato della barca, e poi un passaparola negativo è in grado di stroncati la carriera nel giro di una stagione. Dieci anni fa si guadagnava bene, raccontano i vecchi del mestiere, anche sessanta o ottanta milioni all’anno se eri bravo, oggi sei molto molto fortunato se arrivi a meno della metà. E poindevi pagare il paesino della barca, il mutuo di casa, magari mantenere un paio di figli e spesso capita chèque tu debba anche pagare gli alimenti ad una moglie che stanca dia aspettarti a casa è diventata la tua ex moglie. E lavori quattro mesi l’anno. Certo sopravvivere o fare il saldatore in fabbrica per otto ore al giorno con trentadue giorni di ferie sono un’altra cosa, ma comunque non sono sempre rose e fiori.

Però oggi è sabato, si incontrano gli amici in banchina, gli altri skipper che rientrano anche loro con le loro barche. Noi abbiamo ritrovato Walter e Stefano, ci siamo prestati e scambiati attrezzatura e consigli riguardo le novità trovate in giro per le isole quest’anno, ci siamo bevuti grandi birre ghiacciate e mangiato grandi bistecche. Con Pino hanno programmato di muoversi in flotta la prossima settimana.

Io no. Io sbarco a terra e comincio a pensare a che giro fare per torna a casa.

6 agosto 2011
by Paolo
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Sesto giorno

Il cielo è parzialmente coperto e la notte è particolarmente buia, la rotta che dobbiamo seguire presenta alcune insidie sotto forma di scogli e secche, la notte perfetta per imparare a navigare traguardando i fari, bussola alla mano, cartina dettagliata della zona pronta da consultare. Al solito io crollo verso l’una e abbraccio il mio cuscino sulla panca sinistra del pozzetto, dato che ho la spalla destra dolorante, stavolta mi porto una coperta vista l’aria fresca. Pino deve essere particolarmente stanco perché mi sveglia prima delle tre.

Mi viene quasi mal di testa da quanto sonno ho, le provo tutte per non addormentarmi. Stacco il pilota automatico e prendo in mano il timone, ma non serve; cammino per la barca, ma va a finire che mi faccio male; sto in piedi ma lo stesso crollo dal sonno. Prendo allora il telefono e programmo una serie di sveglie, una ogni tre minuti e ogni volta che la spengo lo ripongo in un posto diverso. L’esperienza mi insegna ce tre minuti riesco a reggerli. E fumo tantissimo. Questa tortura dura per circa un paio d’ore, poi arrivano i primi bagliori dell’alba, mi infilo gli occhiali da sole e comincio a svegliarmi. In tutto questo riesco comunque anche a condurre la barca, controllando la rotta, tenendo d’occhio l’orizzonte per evitare collisioni con altre imbarcazioni. Fossimo andati a vela sarebbe stato più semplice: ti metti a controlare il vento, la rotta, la regolazione delle vele, e poi ricominci. Non è propriamente necessario fare i precisini in crocera e cercare di sfruttare ogni minimo refolo di vento, ma di notte è utilissimo per rimanere svegli.

E alla fine arriviamo a destinazione sani e salvi, poco dopo le sei sveglio pino e cerchiamo assieme un posto adatto per ormeggiare qualche ora in attesa di entrare in marina. Decine di megayacht e centinaia di barche a vela occupano ogni posto utile, è impressionante. Ci fermiamo su una secca di cinque metri e buttiamo l’ancora. Il fondo è un lastrone di roccia e a tenerci fermi è unicamente il peso della catena, l’ancora non può fare presa da nessuna parte, rimaniamo fermi solo perché non c’è una bava di vento e la corrente è tutto sommato trascurabile. Fatta anche questa! Io torno sulla mia panca e dormo con un occhio aperto perché non mi fido granché, Pino torna in cabina e ci riposiamo un paio d’ore.

Mi svegliano le piccole pesti che giocano a saltarmi sopra me ntre le signore preparano la colazione. Alessandro mi ha filmato mentre dormivo rumorosamente e io lo diffido dall’usare la mia immagine in alcun modo.

Finalmente entriamo in marina Klement a Palmizana e sistemata la barca io mi precipito al mio bar preferito e ordino un Margarita! Era ora! E’ pessimo esattamente come lo ricordavo. Le uniche cose buone sono la spremuta d’arancia fresca (che uno può alcolizzare come meglio crede) e i toast. Però questo bar ha per me un fascino tutto particolare. Intanto ha uno ski club. Giuro! sulla parete di fondo sono ammassati degli ski d’epoca, roba degli anni settanta, un poster di qualche  impianto sciistico, forse sulle dolomiti, e appeso al soffitto uno slittino in legno. Nessuno ha saputo spiegarmi questa bizzarria, pare che appunto negli anni settanta o ottanta i proprietari o alcuni frequentatori del bar organizzassero in inverno delle spedizioni sulle piste da sci, ma i camerieri sono giovani e non hanno memoria storica.

Poi ci sono i ventilatori. Sono due motori fuoribordo dipinti uno di verde, l’altro arancio e appesi a mezzaria. Sono elettrificati e vengono appunto usati per alleviare il caldo afoso, ma nessuno mi conferma di averli visti in funzione e i camerieri si rifiutano di provare senza chiedere prima al padrone. Il resto dell’arredamento è composto da reti da pesca, tavolini spaiati, una panca di legno grezzo con inciso sullo schienale “Ferretti Group” da qualce buontempone. A Pino non piace questo bar, preferisce il lounge bar da fichetti in fondo alla baia, ma a me sembra così freddo e impersonale… e poi non c’è mai nessuno.

Il pomeriggio gli ospiti portano le piccole pesti in spiaggia dall’altra parte dell’isola, dove sembra di essere a Rimini. Io e Pino no grazie, rimaniamo in barca e recuperiamo qualche ora di sonno dopo aver riempito i serbatoi dell’acqua che gli ospiti divorano ad un ritmo impressionante, e dato una pulita al pozzetto. La sera io e il mio compare ceniamo al ristorante del marina, il “Captain’s Club”, con una prelibata scarpena alla griglia, gli altri avanno a Hvar, mondanissima, piena di gnocca, ma anche sorprendentemente viva dal punto di vista culturale. Poi beviamo l’ultima e andiamo a letto. Anche domani si parte presto per la tratta finale di venticinque miglia e si torna a Marina Kastela per sbarcare. Lì ritroveremo anche Walter e Stefano. Coricandomi penso alla scritta che campeggia sul bancone del mio bar, che mi strappa un sorriso.

Navigare non necesse est. Beve necesse est.

 

6 agosto 2011
by Paolo
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Quinto giorno

Piove, governo ladro.

Pino dice che pare che da qualche parte un certo tempo fa i contadini fossero tassati in base ai giorni di pioggia: più pioveva e migliore si presumeva sarebbe stato il raccolto, ogni rovescio era quindi una benedizione per le coltivazioni e una maledizione per le tasche. Al giorno d’oggi – aggiungo io – invece le cose sono molto più semplici e il governo ruba anche alla luce del sole.

Comunque piove.

Me ne sono accorto verso le sei, svegliato non so se dalla figura di ivonne che si aggirava furtiva per mettere al coperto gli asciugamani e i costumi stesi ad asciugare, o dalle gocce che avevano cominciato a bagnarmi la faccia cadendo dagli osterigi lasciati aperti per combattere il caldo di questi giorni. Io dormo sul divano della dinette perché non sopporto il caldo soffocante delle cabine che c’è in certe notti senza vento.

Un’altra oretta di sonno e poi in piedi, stamattina partiamo di buon’ora per arrivare a korcula. Potremmo con più calma dirigere a Hvar o Palmizana per accorciare il viaggio, ma Korcula val bene una messa come diceva quello lì, e allora corri e vai. La cittadina effettivamente è molto bella e sarebbe un peccato non visitare le mura antiche o il resto dell’abitato costruito in pesanti e calde pietre di roccia locale. Non ne conosco l’origine, prometto che mi documenterò. Io e Pino sbarchiamo gi ospiti col gommone e rimaniamo in barca davanti alla città, ma ben presto ci affianca la motovedetta di non so quale autorità e ci fa capire che non è il caso di rimanere lì a lungo e allora nel primo pomeriggio ci spostiamo nella vicina baia dove caliamo l’ancora tra le barche. Ben presto la baia si comincia a popolare di barche di ogni tipo e io e Pino tra un bagno e l’altro osserviamo i nuovi arrivati, giudichiamo le barche, gli equipaggi e le manovre di ormeggio, inventandoci storie sulla vita di bordo e in generale sulla vita dei componenti dell’equipaggio di ogni nuova barca che arriva: abbiamo un potente binocolo con stabilizzatore d’immagine e guardare la gente in faccia aiuta a capire, e a immaginare.

C’è per esempio il motoscafo vicino a noi con una coppia di nudisti a bordo. Non serve il binocolo e in ogni caso non sarebbe un gran bello spettacolo. Lui è un panzone e passa il tempo in pozzetto a sudare tra un bagno e l’altro, lei invece prende il sole sul fly sfogliando riviste e rigirandosi continuamente per ottimizzare l’abbronzatura. Poi c’è il catamarano dei francesi, non modernissimo, ma molto bello. Fantastichiamo un po’ si quale catamarano ci piacerebbe avere e intanto osserviamo dagli scarichi che sono in funzione il generatore di corrente a gasolio e l’aria condizionata. Poi esce lui, abbronzato, fisico asciutto, i ricci neri corti leggermente brizzolati, veste elegantemente un paio di shorts blue navy e una magliettina bianca con il collo a V. Ha chiaramente appena finito di fare l’amore e si fuma la sua bella sigaretta, poi esce lei e si prende la dose di coccole che ancora avanza. Dopo un po’ mollano gli ormeggi e partono per chissà dove. Buon viaggio.

Intanto cominciano ad arrivare una serie di barche a vela tra i quaranta e i cinquanta piedi, alcune nuovissime, altre quasi d’epoca. Gli equipaggi sono croati, italiani e francesi per la maggior parte,  ma c’è anche qualche bandiera strana che non conosciamo. Una forse è lituana a detta di Pino. Ed ecco la regina della festa: un panfilo sui quaranta metri, contiamo nove persone di equipaggio, più i cuochi che non vediamo. Sono tutti in divisa e operosi come formichine, chi per ormeggiare il petardone, chi per preparare l’aperitivo sul secondo ponte. Sul primo ponte a poppa gli armatori si intrattengono con il comandante per le ultime disposizioni, mentre sul terzo ponte a prua la biondissima e carinissima figlia si intrattiene in atteggiamenti molto intimi con uno dei marinai. C’est la vie.

La sera si accende un carnevale di luci, compreso l’ultimo arrivato,  un magnifico ketch tutto rosso di una trentina di metri, il ponte e gli alberi sono pien i zeppi di luci, perfino troppo. In mezzo a cotanto sfarzo io e pino raggiungiamo il paese con il nostro piccolo tender e ci infiliamo tra le mura nella città vecchia per mangiare qualcosa. Per decidere quale ristorante scegliere mi infilo in un negozio di vino e faccio due chiacchiere con il proprietario, poi mi faccio consigliare. Stasera carne, basta pesce. Ci mandano ad un ristorantino dal nome strano che non ricordo, il servizio è pessimo, i camerieri sono cortesi ma distratti e lentissimi, in compenso il filetto è spettacolarmente buono. Dalle vetrate osserviamo i turisti e continuiamo a giocare a raccontarci le loro storie, intervallate da aneddoti di vita vissuta che questo o quella ci fanno venire in mente. Vediamo passare anche i figuranti in maschera che mettono in scena la rappresentazione storica di non so che battaglia o fatto storico.

Ah, lo sapevate che Marco Polo sembra essere nato qui? da queste parti ne sono assolutamente certi e fieri, c’è perfino la sa casa natale con tanto di targa appesa fuori. La prossima volta che vengo qui mi prendo un po’ di tempo per indagare questa cosa.

Intanto torniamo in barca, anche stanotte tocca far mattina al timone, la speranza di avere un ritmo un po’ regolare di sonno ormai è persa. Prua a Palmizana, l’Isola a pettine. Il programma prevede anche una gita mondano-culturale a Hvar, la Montecarlo croata. Io non vedo l’ora di tornare al mio bar preferito, il Blue Marlin Bar.

Mi aspetta un Margarita ghiacciato.