il blog del dido

curiosity killed the cat

5 agosto 2011
by Paolo
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Quarto giorno

Sono senza collegamento ad Internet da due giorni.

Potrei usare il portatile di Pino che con la chiavetta croata di T-Mobile riesce a collegarsi anche in GPRS, ma non ne vale  la pena, non ne ho voglia. E allora scrivo su carta, faccio questo esperimento. Mi piace aspettare che tutti vadano a letto, tirare fuori il mio libriccino con le pagine bianche, la copertina in pelle nera, la linguetta per infilare la penna che ho fregato in albergo perché scrive troppo bene, il nastrino rosso segnalibro e l’immancabile elastico rosso per tenerlo chiuso. Adoro il rumore della penna che scorre sulla carta ruvida, che a parte le cicale della vicina isola è il solo rumore che sento. Quasi godo nel vedere che le pagine pian piano si riempiono di segni neri e che le storie trovano il loro posto, ben custodite al riparo dal nemico oblio. Certo poi per pubblicarle sul blog dovrò ricopiarle ma non è un dramma: non ho scritto poi così tanto e il tempo in fondo non mi manca (update: è una rottura di balle in effetti…).

Ma torniamo in barca, zoomiamo la cartina su Lastovo, baia Kremena, Parco Naturale.

Ci siamo fermati qui oggi, vuoi perché ci siamo mossi tardi e a mezzodì abbiamo lasciato gli ormeggi, vuoi perché o bimbi vogliono fare il bagno e visitare le misteriose grotte che durante la guerra custodivano i sommergibili, vuoi perché forse oggi non c’era poi tanta voglia di navigare, abbiamo anche comprato del pesce dai pescatori di un peschereccio che ci hanno fatto un buon prezzo. Chi vuole prende il gommone e va a zonzo per la baia, gli altri invece restano in barca, si chiacchiera come ormai siamo abituati a fare, la giornata prosegue nel completo relax.

Verso sera mi metto a poppa, curo le triglie e le alici che abbiamo preso, sfiletto gli sgombri e preparo il tutto per le  signore che lo cucineranno prendendo le misure del piccolo forno che abbiamo in barca che difficilmente raggiungerà i centottantagradi. Ivonne è come sempre splendida e pulisce a specchio tutto con il suo fidato amico Chante Claire, sembra quasi non abbiamo mai usato la cucina.

La vita prosegue in chiacchiere piacevolmente e si finisce giù in dinette quando la temperatura si abbassa. Sembra che domani pioverà, ma forse no. Con questo pensiero andiamo a letto.

A nanna che è tardi e domani si parte presto! e speriamo che non piova.

5 agosto 2011
by Paolo
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Terzo giorno

La navigazione verso Vis è tranquilla, il mare è piatto e il vento non si degna di farci visita, a parte qualche momento felice in cui in fretta e furia mettiamo a riva tutte le vele per mezzora o un’ora, ma poi tutto si sgonfia, mettiamo via tutta la tela e ripartiamo mogi con il motore (la vela diesel). Agosto è un mese pessimo,  pare strano ma la maggior parte della volte o non c’è vento, o ce l’hai sul muso.

Arriviamo a Vis, i bambini, piccole pesti, sono nervosi e urge un bagno per calmarli. Ci fermiamo quindi a ovest del’isola, dove un gruppo di isolotti crea una meravigliosa piscina naturale, noi gettiamo l’ancora a Veli Budikovac e ci tuffiamo in acqua. I più grandi con pinne, maschera e boccaglio si immergono ed esplorano il fondale, sempre attenti ad osservare la fauna ittica che ormai li ossessiona. Marco pesca una bellissima Stella Marina, che ad oggi è l’unica cosa che abbiamo pescato. Le piccole pesti danno sfogo ai propri istinti animali sguazzando attorno alla barca e riuscendo a produrre urla e strepiti ad un livello di decibel tale, che in alcune città d’arte sarebbe sicuramente sanzionato.

Raccolte le nostre cose navighiamo lungo il lato sud dell’isola fino a Komiza, sperando di trovare un posto in marina o al gavitello, anche perché le scorte d’acqua cominciano a scarseggiare. Ma è tutto pieno: è arrivato in città il carrozzone del “Croatian Sailing Week”.

La CSW è un’organizzazione internazionale che raccoglie ragazzi da tutta europa, li sbatte su una ventina di barche a nolo e formano una flotta capitanata da un caicco che per una settimana gira per le acque dalmate. Partenza e ritorno a Marina Kastela vicino a Spalato.

Una flotta così numerosa di  barche che si muovono assieme è come uno sciame di cavallette: dove arrivano loro prendono tutto, non c’è più posto e prosciugano tutte le risorse. Senza contare poi che un centinaio abbondante di ventenni in vacanza lontano da casa, sempre pieni di alcool e poco vestiti sono una bomba ad orologeria, quando si fermano da qualche parte trasformano il luogo in una discoteca all’aperto. Sono notevolmente molesti.

Noi ci fermiamo un po’ discosti, in acque abbastanza profonde dato che la baia è esposta a sud e soggetta ad una fastidiosa risacca. Poco male, gli ospiti scendono in paese col gommone per cena e al loro ritorno ripartiamo per Lastovo. Io e Pino ci fermiamo in barca, ci prepariamo una bella insalatona ricca, jun po’ di musica e quattro chiacchiere; ci riposiamo in attesa di ripartire la sera stessa.

La navigazione notturna è allo stesso tempo affascinante ed impegnatia. Per prima cosa infatti non si vede nulla. Si riesce a vedere la propria barca, si vedono le stelle e la luna – quando ci sono e il cielo non è coperto – si vedono la bussola e gli strumenti, le barche che incroci con le loro luci di via, i fari e i vari segnali di ogni tipo che incontri sono luci colorate fisse o lampeggianti secondo uno schema ben preciso che devi imparare a riconoscere ed interpretare. Altrimenti è meglio che te ne stia a letto a dormire comodamente e che tu parta domani. Il mare non perdona gli sciocchi.

Il buio poi sottrae alla vista quei riferimenti fissi come la linea dell’orizzonte, la costa, gli elementi dell’imbarcazione, tutto quello che crea un contesto visivo cui il cervello si abitua e che usa per capire cosa sta succedendo, cosa si muove, in che direzione, che velocità relativa assume. Insomma per capire cosa cavolo succede e perché tutto dondola. Di notte fai più fatica ad abituarti ai movimenti della barca, li percepisci amplificati, e se il tuo cervello non rimedia in qualche modo e alla svelta, il mal di mare è assicurato.

Poi di notte fa freddo, i bambini si lamentano, chi dorme vicino al motore, se ti tocca tenerlo acceso, si lamenta per il rumore. Insomma una rogna infinita. Però capita che devi recuperare tempo, magari perché hai perso tempo in qualche isola, o sei stato bloccato dal meteo sfavorevole e allora devi macinare miglia e anche la notte diventa preziosa.

E poi la notte è magica. Ricordo ancora le bocche spalancate e gli occhi lucidi degli amici che erano con me quando siamo entrati a Dubrovnik qualche anno fa di notte. La meravigliosa coreografia di stelle e luci del porto, sullo sfondo la città vecchia e i suoi colori, il ponte nuovo costruito all’imbocco del fiume che ti da il benvenuto e sotto il quale passi per arrivare al marina nuovo… poche cose sono più emozionanti.

Insomma partiamo.

Il copione è sempre lo stesso: a mezzanotte tutti fuori emozionati in pozzetto, ognumo si ripromette di aspettare lo spettacolo mozzafiato dell’alba, poi verso le due o le tre se ne vanno tutti al letto e restiamo fuori io e Pino. Io mi faccio il primo turno di sonno sulla panca in pozzetto, lui mi sveglia verso le sei e ci avvicendiamo. Il motore è spento per lasciar dormire gli altri e ci barcameniamo tra ore di bonaccia e altre di bel vento fresco. E l’alba però ce la cucchiamo noi.

Il resto della giornata prosegue tranquillo. Attracchiamo a Lastovo verso mezzigiorno alla banchina dell’hotel Solitudo, a nord della baia kremena. Bagnetti, pulizie, visita dell’isola in motorino, cena in terrazza con splendida vista sulla baia.  Io e Pino facciamo un sacco di chiacchiere e progetti.

La giornata è finita, buonanotte ai suonatori.

4 agosto 2011
by Paolo
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Secondo giorno

Notte passata in baia

Baia Poganica a sud dell’isola di Solta è stretta  profonda, ben protetta anche se volge a sud. Probabilmente con un po’ di scirocco presenta una certa risacca, ma fortunatamente non è il nostro caso.

I pescatori esperti che abbiamo in barca hanno provato a pescare qualcosa tutto il giorno, alla traina e alla fonda, con scarsa fortuna, anzi pare che la dea Fortuna sia andata in ferie da qualche altra parte, di sicuro non qui. Quando allora hanno visto un pescatore del luogo aggirarsi per la baia si sono infervorati e hanno messo in opera tutta la loro migliore attrezzatura, ma ancora nulla. Forse si tratta di scarsa fortuna, o forse gli ami, le esche, le canne o la tecnica non sono quelle giuste.

Io intanto ho dovuto fare un bagno non programmato per evitare che il brandeggio ci portasse troppo vicino agli scogli. In pochi secondi, mentre Pino era a prua a manovrare l’àncora, ho dovuto lasciare il timone, sfilarmi pantaloni, maglietta ed occhiali, infilare un paio di scarpe (le uniche che mi sono portato), fissare una cima lunga e robusta alla bitta e tuffarmi in acqua a poppa in mutande per portare la cima a terra; “terra” in questo caso consiste in una piccola scogliera di roccia sedimentaria, di quella che taglia come un coltello affilato, sulla quale ho dovuto arrampicarmi fino a trovare un appiglio sufficientemente resistente per sopportare la forza di una cima legata ad una barca di quindici metri spostata dal vento e dalle correnti. Il tutto senza tagliarsi. Cosa tocca fare a volte… E alla fine un bel tuffo a volo d’angelo dagli scogli per tornare alla barca. Peccato che il mattino seguente abbia dovuto arrampicarmi di nuovo per sciogliere la cima, con l’aggravante a sorpresa della bassa marea che ha scoperto quasi un metro di roccia eroso dalla risacca e maledettamente tagliente. Stavolta però, guanti!

Ma si diceva del vecchio pescatore. Il mattino di lunedì l’abbiamo conosciuto meglio: l’abbiamo fatto avvicinare per chiedergli qualche informazione sulla pesca, ma con una certa delusione ci ha mostrato che si riesce a prendere solo qualche occhiata e qualche altro piccolo pesciolino. Quando per ringraziarlo gli abbiamo offerto qualche bibita fresca, l’ha rifiutata con sdegno, ma Pino – che la sa lunga – aveva il metodo perfetto per prenderlo per la gola e gli ha offerto un bicchierone pieno di grappa: accettata con entusiasmo assieme ad una sigaretta accesa, alle otto e trenta del mattino! L’abbiamo visto allontanarsi remando con la sigaretta a mezza bocca alla Bogart e il bicchiere mezzo vuoto, ma ancora mezzo pieno, adagiato con cura al centro della panca di fronte a lui.

Un altro bizzarro personaggio frequenta la baia, ed è appena arrivato sul suo barchino a motore, il fisico muscoloso fasciato da una muta mimetica. La cesta dei pesci ancora vuota. Il vecchietto della grappa ci aveva appena detto che lui pescava sul fondo e prendeva pesci grossi, ma a quanto pare doveva ancora cominciare. Oppure era semplicemente una copertura. Sì, perché secondo noi era un pericolosissimo assassino, il Dexter croato.

La notte precedente mentre si chiacchierava dopo cena alla luce della lampada a gas sotto il cielo stellato sorseggiando “Kvint” (che Pino ci spaccia come il liquore preferito da Vladimir Putin) osservavamo la casa che si ergeva tra la vegetazione in fondo alla baia. Non ci era dato di vedere molto nel buio tra la vegetazione, si scorgeva solo una specie di fienile sporgente da una costruzione di due piani con finestre che danno sul mare. Non vedevamo imposte né porte. C’era qualcosa sotto il porticato del fienile, forse qualche macchinario agricolo, forse l’attrezzatura per distilla re di contrabbando. Apparentemente alla casa si accede solo dalla spiaggia, non vi sono altre strade visibili. Una stradina si arrampica dal mare a zig zag tra gli alberi per una ventina di metri.

Noi vedevamo Dexter nonostante il buio perché portava sulla fronte una piletta, di quelle sorrette da una fascia elastica che ti cinge la testa. Di quelle che ti lasciano le mani libere, libere di compiere chissà quali efferati delitti. Lo vedevamo girare per casa, prima sotto il portico, poi in casa al piano terra, dove forse c’era la cucina. Poi al primo piano, poi fuori, poi ancora nel fienile a trafficare al buio. Poi scendeva in spiaggia e cercava qualcosa nella sua barchetta, poi tornava in casa apparentemente a mani vuote zigzagando tra gli alberi, la luce ci mostrava tutto questo frenetico percorso.

Poi ad un certo punto una barchina con alcune persone, due, forse tre. Uno solo di questi con una luce simile a quella di Dexter, gli altri camminavano vicino. Li abbiamo osservati per un’ora buona, le luci che si muovevano per la casa, a volte insieme, altre volte separate…

Cos’hanno fatto in quella notte buia?

Poi ad un certo punto la seconda luce è sparita, è rimasta solo un faretto a muoversi per casa freneticamente, a fare la spola due, tre quattro volte tra la casa e la spiaggia… nessun rumore a spiegarci cosa cavolo stava succedendo. E poi nulla. Le due barche lì al buio tirate in secca lontane dal mare, la casa immersa nel silenzio e nel buio, gli uomini spariti. Erano circa le tre del mattino.

Il giorno seguente, il sole già alto delle otto, le barche sparite, la casa sembrava una delle tante costruzioni disabitate e ab bandonate dai pescatori. Dexter come se niente fosse arrivava da fuori la baia bagnato con la muta addosso. Cos’è successo ieri notte? Dove sono finite la barca e gli uomini? Fatti a pezzi e sotterrati? Dati in pasto ai pesci? Costretti al fondo del mare legati a pesanti massi? L’argomento ci accompagnerà a lungo nel corso della mattinata, è ora di salpare.

Prua diretta a Sudovest, isola di Vis.

1 agosto 2011
by Paolo
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Primo giorno

È affascinante trovarsi in una sperduta baia in un isoletta dalmata, dove la luce artificiale più vicina è a diversi kilometri dall’altra parte dell’isola, ed avere accesso ad internet. Trovo molto rilassante sedermi al buio una volta che tutti sono andati a letto e scrivere questo piccolo diario di bordo senza troppe pretese immaginando che domattina Daniela, Matteo, Giovanni, mio fratello e pochi altri amici leggeranno queste righe e mi sentiranno un po’ meno lontano. Ok, mio fratello la settimana prossima lo rivedo, ma quasi tutti gli altri non li incontro da un sacco di tempo e mi fa piacere sentirli un po’ più vicini.

Di amicizia in effetti parliamo oggi, che è quel sentimento che si spera sempre si instauri in barca con i nuovi ospiti che vengono a fare un giro tra le onde con noi. Un clima amichevole e un certo grado di intimità in effetti contribuisce molto a migliorare la qualità del tempo che si passa assieme, anche solo per una settimana, ma con alcuni per molto tempo dopo la crociera.

Poco prima di partire, per pura coincidenza, mi sono sentito al telefono con Roberto, con il quale abbiamo passato dei bellissimi giorni in Istria diversi anni fa, con tutta la sua famiglia. Ci risentiremo a fine agosto e contiamo di riuscire a trovare una serata per riunirci di nuovo attorno ad una tavola. Adoro queste serate.

Ieri sera insomma sono arrivati Alessandro, Simona, i due figlioli e una coppia di amici, Marco e Ivonne. I primi momenti sono sempre simpatici, perché ci si studia, si cerca di capire chi si ha davanti e se la prossima settimana sarà una bella esperienza o un inferno. Arriva il rito dello scarico dei bagagli (sempre troppi!) dalle macchine, il trasferimento in barca, la scelta delle cabine, la riduzione del caos a ordine che di solito nei nuclei famigliari avviene sempre ad opera delle signore, nelle comitive di ragazzi, semplicemente non avviene.

Poi lo skipper mette in gioco quel minimo di autorità per illustrare le regole della barca, dispensare qualche piccolo consiglio per facilitare la convivenza, spiegare il funzionamento degli apparati (principalmente i bagni), e poi si spera che l’autorità non serva più per il resto del viaggio, e di solito è così.

I nostri nuovi amici sono persone ragionevoli, i bambini sono educati, anche se hanno quell’invadenza tipica dei ragazzini della loro età, in particolare la ragazzina di cinque anni che per essere sempre al centro dell’attenzione fa sfoggio di tutta la sua impacciata femminilità. Le bimbe sono tremende a quell’età.

Insomma sembra tutto filare liscio, navigazione a vela se il temapo lo consente, pesca, àncora in una baietta, cena, racconti, nanna. Sembra filare tutto liscio. Quindi me ne andrò a letto che ho tanto sonno, e alle quattro mi voglio svegliare per controllare la tenuta dell’àncora.

E domani confidiamo in un po’ di vento.

31 luglio 2011
by Paolo
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I marinai non hanno cognome

Giornata di attesa, vita di banchina.

Non si può mica sempre navigare! Oggi i progetti erano di spendere la giornata pulendo a fondo la barca e poi nel pomeriggio, aspettando gli ospiti, andare a fare un giro a Spalato, o a Trogir che dicono essere molto bella. E invece…

Invece ci alziamo tardi, ovvio, colazione lunga, caldo. Iniziamo a far pulizie verso le dieci e mezza.. E poi arriva Stefano. Stefano e basta. Stefano è uno skipper esperto della zona che conosce tutte le isole, i porti, le insenature, e soprattutto i ristoranti e le bettole. Sapevamo che era da queste parti e lo abbiamo chiamato ieri sera, stamattina è comparso dal nulla e ci è venuto a trovare. “Birretta?” pronti! le pulizie le finiremo dopo.

Seguiamo Stefano, usciamo dal marina, attraversiamo la strada ed entriamo in un posto che sembra una casa privata con un paio di ombrelloni in strada. Saliamo le scale ed entriamo in soggiorno, prendiamo tre birre ghiacciate, adocchiamo tre sedie libere in un tavolo già occupato e spostando le bottiglie vuote ci sediamo senza tanti complimenti. Gli altri occupanti fanno il gesto carino di spostarsi per farci posto, ma è poco più che un’ intenzione; continuano tranquilli a chiacchierare, fumare sigarette locali e bere grandi sorsi di birra da bottigliette che gocciolano un sacco di condensa sulle grandi pance bagnando magliette e camicie il cui collo è già pregno di sudore. Non ricordo se in Croazia si può ancora fumare nei locali pubblici, ma lì si fuma e basta. Un timido ventilatore scricchiola lentamente e fa caldo solo a guardarlo. Lungo i muri alcuni frigoriferi della CocaCola sono pieni di bottiglie di birra di una marca mai sentita, il resto del perimetro è occupato da casse impilate di bottiglie piene e vuote mischiate tra loro, raggiungendo quasi il soffitto. I tavoli vicino la porta sono occupati da brutti ceffi che sembrano sbarcati da qualche nave sudamericana e danno l’impressione di essere lì dalla sera prima, e non volersi alzare prima della chiusura. Un grande televisore da 50 pollici ci dà le spalle e probabilmente serve a far vedere qualche partita agli avventori che la sera si godono il fresco in giardino, ma tanto ora è spento, fa caldo. Sembra di essere calati dentro la pubblicità del Rhum, nei peggiori bar di Caracas. Ma si sta bene, la birra è ghiacciata e nessuno ti dà fastidio.

Facciamo un po’ conoscenza con Stefano e ci scambiamo un po’ di informazioni sulle rotte che seguiremo nei prossimi giorni, poi ci diamo appuntamento per pranzo e torniamo a lavorare.

Eh, lavorare… Già di suo è un’attività stancante, ma oggi ci si mette pure il caldo (barca ferma, sotto il sole) e… le donne delle pulizie! Chi non frequenta le banchine dei porti durante l’estate non sa che il sabato molto spesso rientrano le barche usate per il charter, e che appena scesi gli ospiti, arrivano come formichine operose le donne delle pulizie. Destino vuole che Marina Kastela dove ci troviamo sia il maggiore centro operativo della zona per le società di charting, e che quasi tutte le barche presenti siano usate per questa attività, tanto che durante la settimana il marina è semi deserto. Poi non si capisce perché le donne delle pulizie siano in realtà tutte ragazze giovani, mediamente molto belle, quasi tutte fasciate da attillatissimi leggins neri e canottierine che lasciano ben poco all’immaginazione. E lavorare in queste condizioni è veramente stressante.

Alle due e mezza abbiamo quasi finito e la fame comincia a farsi sentire, e guarda caso spunta Stefano. Tempo zero e ci troviamo con le gambe sotto il tavolo del vicino ristorante. Ordiniamo insalate, carne e pessimo vino e cominciamo a farci raccontare da Stefano un po’ di lui. All’ inizio non ti sembra un marinaio, sembra un normale signore sui cinquanta, un po’ appesantito, pantaloncini balneari, ciabattoni tedeschi, magliettina grigia e capello brizzolato. Poi cominci a guardarlo meglio e segui le sue storie sulle profonde rughe del suo viso abbronzato, quasi bruciato dal sole, ti accorgi del tatuaggio di un serpente stilizzato dal sapore centroamericano che occupa tutto l’avambraccio sinistro, e intanto lui ti racconta degli anni passati sulle coste adriatiche, dei trasferimenti da una parte all’altra della penisola, delle regate sulle coste francesi, di traversate atlantiche e dei mari dei Caraibi, di amici comuni, alcuni spariti dalla circolazione, alcuni famosi su barche con grandi sponsor, altri tristemente morti in mare. Ci si àa appuntamento in Francia per la partenza della Whitebread e si mettono in fila i bicchieri di pelinkovac svuotati che occupano una generosa parte della tavola. Intanto abbiamo anche appuntato sul quadernino tutti i posti che ci ha consigliato di visitare, ne faremo buon uso.

Ci vediamo più tardi finite le pulizie per un prosecco ghiacciato, ok? “Ma senti, Stefano, com’è che ti chiami?” “Stefano, l’hai detto anche tu”.

I marinai non hanno cognome.