La vera differenza tra uomo e donna è nelle uova.
Domenica sera, apri il frigo e scopri che quelle tre uova domani scadono. Se sei una donna fai un dolce, se sei un uomo fai una frittata.
21 agosto 2011
by Paolo
Commenti disabilitati
La vera differenza tra uomo e donna è nelle uova.
Domenica sera, apri il frigo e scopri che quelle tre uova domani scadono. Se sei una donna fai un dolce, se sei un uomo fai una frittata.
11 agosto 2011
by Paolo
Commenti disabilitati
Piove, merda.
La virgola è importante, come fa notare Gabriele su Facebook. Mi sono pure slogato malamente la caviglia destra che si sta gonfiando a vista d’occhio. La receptionist che mi ha visto zoppicare e probabilmente mi ha sentito imprecare mi fa accompagnare in camera da un inserviente che gentilissimo mi sorregge, dice che mi manderà qualcuno a controllare che non mi sia rotto qualcosa. Io intanto mi metto la pomata che provvidenzialmente ho portato con me.
Non faccio in tempo ad appisolarmi che arriva un inserviente che sembra un santone indiano, manca solo il turbante. Mi viene quasi da pensare ad uno scherzo. Lui si limita a palparmi la caviglia e a cercare con le dita gli ossicini, per vedere se sono ancora al loro posto, guarda il tubetto di pomata che ho usato e mi chiede “is it good for you?”, “Hope so” rispondo. “Ok, try to sleep” e se ne va.
Riposo forzato stamattina, confidiamo nel pomeriggio.
Try to sleep.
11 agosto 2011
by Paolo
Commenti disabilitati
Otto e cinquanta, binario due, treno per Zagabria.
Arrivo con un certo anticipo e mi faccio un espresso al bar fuori dalla stazione, osservo il viavai di giovani turisti, zaino in spalla, vestiti stropicciati, facce assonnate. Compro una bottiglia d’acqua da un litro, la signora alla biglietteria mi ha assicurato che sarei arrivato a mezzogiorno e mezzo, quindi evito panini e snack dall’aspetto improbabile, mangerò qualcosa di sano una volta arrivato nella capitale, tipo un’insalata di polipo. Pare che qui il polipo sia preso in seria considerazione, pure le guide lo consigliano, ed in effetti non delude mai.
Spalato pullula di giovani turisti di lingua tedesca, ed in effetti pure qui in stazione la situazione non cambia, sembra di essere in Germania, i croati sono decisamente la minoranza, e stamattina non ho incontrato ancora un italiano, in genere in questi giorni ne ho visti pochini. Al binario due non è ancora arrivato alcun treno, ma mi incuriosisce che al binario tre, stessa piattaforma, sia fermo un trenino di tre carrozze, mi incuriosisce e mi preoccupa un po’ vedere che tutti salgono lì. Ednin effetti mostro il biglietto al capotreno che mi conferma che è il caso di salire, il treno sta partendo. In carrozza!
La mia vicina di posto, Iva, avrà sì e no vent’anni, vive a Zagabria ed è venuta a Spalato permtrovare i nonni, mi conferma che dovremmo arrivare per mezzogiorno e mezzo, ma non è sempre detto. Questa ultima affermazione mi innervosisce un po’, ma in fondo sono chissenefrega: sono in ferie! Dopo qualche chiacchiera interrotta da mille sms del suo ragazzo, la lascio dormire e mi metto a trascrivere un bel numero di pagine del mio libriccino, pronte per essere pubblicate appena trovo una connessione ad internet.
Il paesaggio che vediamo dal finestrino è molto bello, attraversiamo colline ancora verdi e incontaminate nel primo entroterra non lontano dal mare, non ci abbandoneranno per diverse ore. Rarissimi paeselli, qualche casa isolata, un gregge di pecore, o capre, nessuna fabbrica, pochissime strade.
Tra la scrittura, qualche breve pisolino, qualche chiacchiera con Iva che ogni tanto si sveglia, non presto molta attenzione a qual che passa fuori, ma il paesaggio non mi sembra cambiare granché. Iva ha bisogno di spazio per dormire e continua a spingermi nel sonno. A parte queste piccole cose, il viaggio è lungo e noioso, ma finalmente arriva mezzogiorno, la mezza, l’una… Iva fa spallucce, “it happenz”, e usa il mio braccio come cuscino. “Shit happens” come mi ricorda spesso Christopher.
Alla stazione di Ogulin i tedeschi scendono in massa, si vede che c’è una coincidenza per la Grande Germania, anche se la stazione è veramente piccina, magari c’è un rave nelle vicinanze… Salgono un certo numero di autoctoni in compenso, e dopo una lunga pausa si riparte. Se lo sapevo mi fumavo una sigaretta. Il viaggio continua ad essere interminabile, passiamo per Karlovac, che evidentemente deve avere qualcosa a che fare con l’omonima birra molto diffusa da queste parti. Il trenino non supera i sessanta chilometri all’ora e comincio a pensare davvero che non arriveremo mai più.
Alla fine arriviamo alle 16:40. La piccola Iva si scura imbarazzata per avermi sbavato tutta la manica destra, fortuna che avevo una polo con maniche lunghe. Ci salutiamo augurando ci rispettivamente un sacco di cose belle e scendo. La stazione di Zagabria mi ricorda in qualche modo quella di Mestre, ma è molto più piccola. Il cielo copre la città con una cappa grigia minacciosa, l’aria è fredda, fossi in barca riparerei nel porto più vicino e ripasserei due volte le cime d’omeggio.
Davanti la stazione la città ti da il benvenuto con la statua di un tizio a cavallo alle cui spalle si apre un viale doppio con al centro dei magnifici giardini. Questa città mi piace già, prendo nota per la pianificazione dell’itinerario che farò domattina facendo colazione.
Con un panino sudicio in mano per calmare la fame mi metto in cammino cercando il mio hotel, che comunque non è molto lontano. Mi serve una bella doccia, magari un pisolino in un letto confortevole per raddrizzare la schiena torturata da sette ore su una poltrona scomoda con Iva poverina che mi limitava i movimenti, e poi fuori a vedere come vive questa città di notte! Purtroppo esco allora di cena e poco dopo comincia a piovigginare.mfaccio appena in tempo ad invertire la marcia e tornare all’hotel che la timida pioggerellina si trasforma in un arrogante aquazzone. Passerò la sera al bar dell’hotel in compagnia di un gruppo di spagnoli sorpresi come me dal maltempo.
Alle undici e mezza tutti in camera, la tv è inguardabile, voglia di scrivere non ne ho, e allora fumo l’ultima e spengo la luce, domani si parte presto.
La città mi aspetta.
9 agosto 2011
by Paolo
Commenti disabilitati
Ho bisogno di capire questa città.
Quando visito una città per la prima volta, devo prima capirla, entrare in sintonia, coglierne il carattere, altrimenti giro a vuoto, mi annoio e non vedo l’ora di andarmene. Non posso nemmeno ripiegare su chiese, mostre o musei, le code sono proibitive.
Devo comprarmi una guida, ma ancor più importante devo parlare con le persone, capire dove lavorano, come vivono, dove abitano, cosa amano fare.
Mi sveglio di buon’ora nonostante le ore piccole della notte precedente. Ho sempre pensato che se si va in vacanza per dormire e meglio starsene a casa, nulla è più comodo del proprio letto, e costa pure meno. Faccio colazione nella sala breakfast del Kastel e mi godo un po’ la connessione ad internet wi-fi messa a disposizione dei clienti, controllo l’email, facebook, qualche news e poi attacco bottone con le cameriere che mi indicano qualche buona libreria in città. Faccio checkout e lascio il borsone in custodia, passo per l’ufficio del turismo vicino al palazzo di Diocleziano, dove mi rifilano l’ennesima cartina zeppa di crocette fatte a penna dall’annoiata funzionaria che mi indica hotel, librerie, agenzie, stazione, ecc. tutto assieme. Torno al Kastel per cercare su internet una camera per la notte, ma senza fortuna. Mi affido allora ad un’agenzia dove la sorte Tanja e le comari che le fanno compagnia sedute alle mie spalle cominciano a farmi capire un po’ questa strana città rispondendo alle mie domande e raccontandomi di parenti e amici. Su loro consiglio lascio perdere l’idea di arrivare a Sarajevo, prenoto un paio di giorni a Zagabria e una comare chiama una sua amica che pare abbia un appartamento libero nella zona a ovest del centro. Ringrazio, abbraccio e bacio le mie nuove amiche e mi metto in marcia per la stazione, dove compro il biglietto per Zagabria. Poi recupero il borsone, prendo un taxi e mi faccio un giro panoramico. I tassisti diventano nervosi se non gli dai una meta, allora gli indico sulla cartina dove ho l’appartamento ed con il dito gli descrivo un ampio arco attorno al centro, gli mostro i soldi e si parte.
Fuori dalle mure scopro una città dalle mille facce, grandi viali e piccole stradine, tunnel, vie alberate e altre dove si vede solo cemento, palazzi ben conservati molto più moderni dei palazzi romani e veneziani della città vecchia, piazze, monumenti moderni in ferro, ma anche strade sporche poco raccomandabili, palazzi fatiscenti, degrado. Tutto nella norma insomma.
La nuova zona della città che mi ospiterà questa sera è molto caratteristica, stradine strette in salita che zigzagano tra le case, negozi, bar sport, ristorantini, qua e la appartamenti per turisti che in realtà sono un piano della casa dei proprietari. La mia proprietaria parla solo croato e allora ci capiamo a gesti. L’appartamento è grande, per quattro persone, c’è la cucina, il bidet e la lavatrice. E l’aria condizionata per fortuna.
Il resto del giorno lo trascorro girando più o meno a caso, parlando con i ristoratori, con i baristi, i librai, persino con uno spazzino. Bevo il caffè con il parroco di una chiesetta incastrata tra le case in centro che mi racconta come i seminaristi nel periodo della Serenissima venissero a studiare a Padova.
Non resta che trovare dove consumare la cena d’addio per accomiatarmi da questa strana città che ha cominciato a parlarmi. Scelgo il Perun, un ristorantino incastrato tra le case su un terrazzato vicino a dove dormo, i muri esterni in pietra sono adornati di quadri e un granchio in rame troneggia al centro della parete grande. Un grande albero sovrasta i commensali che parlano tra loro tra un tavolo e l’altro. È esattamente il che cercavo, la musica diffusa nell’aria ricorda nelle melodie i canti di natale e la trovo perfetta. Mikela la cameriera mora, appena ha un minuto si siede al mio tavolo e mi chiede cosa scrivo. Le racconto sapendo di mentire che sono uno scrittore. Sto scrivendo un libro su un viaggio e che scriverò anche di lei. Si diverte a guardare le foto che ho scattato in città e mi offre un paio di bicchieri di pelinkovac.
Arrivederci Spalato, è stato un piacere. Domani si parte per Zagabria.
9 agosto 2011
by Paolo
Commenti disabilitati
Ci sono poche regole per viaggiare bene, poche ma sane.
Primo, viaggiare leggeri. Ci sono quasi riuscito, la borsa con la roba da barca l’ho lasciata su Alizé, mi trascino dietro un borsone a tracolla con i vestiti che sarebbe perfetto se non ci avessi aggiunto circa quattro kili tra reflex, iPad, portatile e cavetteria varia. Quel cavolo di portatile è talmente piccino e bellino che finisco sempre per portarmelo dietro, ma sono circa due kili che potevo risparmiarmi.
Evito quasi sempre di comprare souvenir, che pesano, fanno volume, costano soldi e sono delicati, poi va a finire che aspettando il treno mi siedo sulla borsa e porto a casa solo i cocci. Ma in libreria non ho saputo resistere ad una tshirt di Diocleziano con scritto “I’m The emperor of The world”. Bellissima.
Altra regola: mai di Domenica. Troverai chiuso l’ufficio per il turismo, chiusi i negozi non per turisti e una buona parte di quelli spennaturisti, non riuscirai a comprati una fondamentale guida Lonely Planet, sarà pieno di gente ovunque, gli hotel e gli ostelli saranno sold-out. E infatti è così anche stavolta, mannaggià a me. In realtà avevo previsto di rimanere in barca anche domenica e partire lunedì, ma è andata così, amen. Corollario: se puoi evita Agosto.
Faccio un breve sondaggio tra tassisti ed edicolanti ed individuo un pugno di alberghetti che potrebbero fare al caso mio, alla fine scelgo il Kastel 1700, molto molto carino, in centro ma un po’ imbucato, la receptionist poi è bellissima, Ma non vuole venire a cena con me, il marito l’aspetta a casa, peccato. Hanno solo una suite e solo per una notte, alla fine riesco a farmi fare un sostanzioso sconto e pago meno di una comune stanza in un hotel a tre stelle in Italia. Sul mio fidato libriccino cancello la voce “Dormire” con unanlinea decisa. La suite poi è davvero bella, se tornerò a spalato voglio tornarci, vediam se riuscirò a pubblicare qualche foto.
Altra regola d’oro: mai mangiare pasta all’estero. Mi infilo in camera, faccio una gran doccia e un riposino, scrivo qualche pagina e ben presto ai vano le dieci. Devo mangiare! Infilo il libriccino in tasca, la reflex a tracolla e scendo in strada. I bar ti danno solo da bere e qualche patatina, i ristorantini incastrati tra le stradine dentro le mura sono pienissimi, i baracchini fastfood meglio di no, e allora torno in piazza sotto casa e mi siedo al mega ristorante tourist-trap che sembra di esser in piazza San Marco a Venezia, sia quel che sia, io ho fame. Mentre aspetto il cameriere apro il libriccino e mi metto a scrivere, tanto che quando poi arriva mi trova impreparato. Guardo attorno a me e vedo due persone a due diversi tavoli che mangiano le tagliatelle verdi ai frutti di mare,mèche continuo a trovare in bella vista in ogni mnu che apro, avete vinto voi, cedo alla curiosità e le ordino. E invece sono buonissime! Pasta cotta alla perfezione leggermente al dente, frutti di mare freschissimi e di prima scelta. Poi ordino un filetto di tonno appena scottato con pomodorini secchi su un letto di misticanza. Da leccarsi i baffi, hanno pure un olio d’oliva molto buono. Evito il vino, prendo il caffé, la cosa mi costa al cambio circa 35 euro, ma li vale tutti.
Poi mi metto in marcia a caccia di cose da fotografare e di qualche locale dove passare la serata. Giro in lungo e in largo il quadrato racchiuso dalle mura romane perfettamente conservate, rimango rapito dal palazzo di Diocleziano che mi so staglia davanti quando esco dalle gallerie sotterrane del Podrum, roba da rimanere senza fiato. Fotografo questo e quello ma cerco di evitare le persone, dato che non mi sembrano ben disposte, peccato.
Poi comincio ad andare per locali per vedere di socializzare un po’, evitando accuratamente rumorosi italiani e mercenarie del sesso. Ma ho poca fortuna, sarà che è domenica, sarà che sono italiano e loro croati e di solito Nocci accolgono a braccia aperte, sarà che la reflex mi inquadra troppo come turista, boh.
Verso le tre ritengo compiuta la mia missione, e poi mi sono passato tutti i locali del centro, me ne torno a letto.